venerdì 27 settembre 2019

Un approccio innovativo della medicina estetica

medicina estetica

Da qualche anno ad oggi si è registrato un notevole aumento dei trattamenti estetici, un po' in tutto Europa e in modo particolare nel nostro paese. Solamente qualche anno fa, a ricorrere a questa tipologia di trattamenti e servizi erano in maggioranza donne giovani, al contrario oggi non vi è più molta distinzione di età e genere. Questo cambiamento è avvenuto in quanto la cura del corpo è diventata una parte essenziale della vita di ogni persona, con vantaggi immediati non solo estetici ma anche psicologici. Prendersi cura di sé stessi è, infatti, il primo intervento da compiere per riacquisire fiducia in sé e nelle relazioni interpersonali.

Oggi ai trattamenti chirurgici tradizionali, medici e ricercatori hanno realizzato nuovi trattamenti estetici, NON INVASIVI, volti a non stravolgere la fisionomia dei propri pazienti ma capaci di garantire un ritorno immediato alla vita sociale e lavorativa degli stessi. La chirurgia plastica, per quanto eccezionale nei suoi risultati, è sempre stata vista da gran parte della popolazione come una soluzione troppo invasiva che ha portato molte persone a non intervenire per migliorare i propri inestetismi. In questo contesto, negli ultimi tempi, si è inserita una branca della medicina dedicata al miglioramento degli inestetismi del viso e del corpo senza ricorrere alla chirurgia: la medicina estetica. I trattamenti utilizzabili per eliminare fastidiosi inestetismi, come le adiposità localizzate o la concentrazione di cellulite nelle gambe, sono molteplici e richiedono la consulenza del medico estetico, l'unico in grado di valutare tutti quegli aspetti essenziali per poter arrivare a risultati concreti e duraturi.

“L’immagine corporea è l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche 
e rispetto alle singole parti del nostro corpo.” 

(Peter Slade) 

Non dimentichiamo quindi che nella percezione estetica intervengono sia componenti cognitive che componenti emotive, la medicina estetica aiuta a risolvere agevolmente e senza l'utilizzo di strumenti invasivi problematiche quali inestetismi, difetti, e quant’altro appartenente alla sfera fisica, la psicologia e la psicoterapia aiutano a correggere i meccanismi psichici che sono alla base della percezione di sé. In realtà, le due modalità si possono persino sommare e possono quindi integrarsi e divenire complementari l’una all’altra, per cercare di raggiungere un benessere globale, sia reale che percepito. La collaborazione e la cooperazione di professionisti quali il medico estetico, il nutrizionista e lo psicoterapeuta offrono alla persona la possibilità di ottenere con sforzo limitato risultati veri, concreti e duraturi, risultati che a volte possono essere anche inaspettati o che la stessa credeva impossibili da raggiugnere.

Da questo punto di vista con il suo pool di professionisti, il centro medico Medicina e Nutrizione è all'avanguardia. La partnership con RENEVE, leader mondiale nella produzione di tecnologie per la medicina estetica e l'innovativo approccio multidisciplinare del centro verso il paziente, sono in grado di creare un importante sinergia tra medicina estetica e aspetto umano, emotivo e psicologico, una sinergia unica in questo campo capace di osservare l'individuo non come paziente, ma come persona portatrice di aspetti umani, emotivi, psicologici e sociali che non possono essere compresi e curati con il solo approccio biomedico.


Se desideri maggiori informazioni sul centro medico Medicina e Nutrizione visita il sito web: www.medicinaenutrizione.it oppure richiedi informazioni a info@medicinaenutrizione.it






Mirko Toller

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mercoledì 25 settembre 2019

"Probiotici & Co." A. muciniphila il batterio del benessere


Spesso si sente parlare di probiotici, le aziende produttrici ne evidenziano le caratteristiche e i benefici che assumendoli quotidianamente apporterebbero all'organismo. spesso si consiglialo dopo una terapia antibiotica. Spesso inoltre ci si chiede se veramente siano utili, si trovano molti pareri a favore, viceversa si possono trovare alcuni pareri contrari, non perchè dannosi ma perchè le prove della loro efficacia vengono da alcuni giudicate deboli o dubbie. La cosa che probabilmente però pochi conoscono, è che come tutti i temi che affrontano la salute, c'è necessità di una conoscenza e una consapevolezza più ampia, per poter così giungere ad una comprensione migliore e meno dicotomica del mero "funzionano o non funzionano?".

La prima cosa da conoscere, per chi è a digiuno in materia, è che per probiotici s'intendeno dei batteri vivi che se somministrati in adeguate quantità, apportano dei benefici alla salute. Per prebiotici invece, s'intendono sostanze quali le fibre che non possono essere digerite dall'uomo, ma fonte necessaria di "cibo" per i batteri benefici che vivono nell'intestino, ovvero il microbiota. Il microbioma è invece la somma dei geni espressi da tutto il nostro organismo, compresi quelli della flora intestinale, il micorbiota. Molto importante sapere che la ricerca scientifica non si è affacciata ed interessata a questo argomento da molto tempo, in effetti gli studi degli effetti del microbiota sulla salute sono relativamente recenti. Nonostante si stia assistendo ad una crescita esponenziale in questo ambito con la nascita di discipline scientifiche mirate quali la psicobiotica che studia gli effetti del microbiota sulla mente (ovvero sul suo substrato neurale quel'è il cervello), si è iniziato a studiarne veramente gli effetti da un decennio a questa parte, sicuramente con ottimi risultati ma tuttavia ancora poco consistenti nel numero. È comprensibile e ragionevole quindi che la comunità scientifica, nonostante un considerevole interesse per questo nuovo ambito, stia procedendo con cautela nelle conclusioni e nelle divulgazioni, compiendo un passo alla volta, senza strillare.

Gli effetti positivi legati ad alcune tipologie di batteri sono comunque già sufficientemente documentati, anche se c'è ancora molto lavoro da fare, il problema di base potrebbero essere i numeri. L'intestino ospita circa 100 trilioni di microrganismi, ed innumerevoli sono le specie diverse tra loro, ne esistono anche di molto dannose tenute a bada da quelle benefiche, ognuna con la sua particolare peculiarità ed influenza sugli altri microrganismi e sul metabolismo, pensare di modificare questo sistema con una pastiglia che integra circa 1 milione di batteri è alquanto ottimistico, stiamo mandano un soldato contro un esercito. A questo si aggiunge il fatto che spesso non si conoscono nemmeno le tipologie di specie e ceppi che si assumono, un probiotico "a caso" potrebbe non essere quello di cui il nostro organismo abbisogna in quel momento. La ricerca sta comunque procedono nel definire meglio specie e funzioni correlate, come detto lo studio gli effetti di questi microrganismi sulla salute ad oggi occupa una posizione centrale, e a detta dei ricercatori in questo ambito, porterà il microbiota intestinale ad un ruolo di primo piano nella futura medicina scientifica (1).

In seguito a questa breve ma necessaria introduzione, oggi, non mi dilungherò nel riportare una lunga lista di probiotici affiancandone le più o meno studiate proprietà benefiche, vi parlerò invece di un batterio in particolare. Questo batterio, questo probiotico, potrebbe con tutta probabilità accelerare lo studio di molte altre specie, finora poco o per nulla studiate, e accelerare di conseguenza tutta la ricerca scientifica sul microbiota intestinale.


Akkermansia muciniphila, il batterio del benessere


Un ricercatore dell'Université catholique de Louvain in Belgio, il professore Patrice Cani è stato il primo a studiare ed indagare questo curioso batterio.  In alcuni studi, Cani si è accorto che il batterio A. muciniphila era presente in misura maggiore, e di molto, nell'intestino degli individui magri rispetto a quelli in sovrappeso od obesi. La comunità del microbiota degli individui magri è composta da circa un 4% di questo batterio, mentre negli obesi è quasi assente. Non è solo una questione di peso, Cani, attraverso i suoi studi, ha scoperto che questo batterio benefico, se presente in adeguate quantità è in grado di apportare benefici diretti all'intestino, riducendo l'infiammazione dello stesso promuovendo la crescita di una barriera in grado di arrestare ospiti indesiderati, quali batteri nocivi, funghi o virus.

Patrice Cani ha così pionieristicamente dato il via a ulteriori studi in grado di comprendere quale meccanismo è celato dietro questo curioso e salutare batterio. Cosa interessante per Cani, era inoltre comprendere se  l'integrazione di questo A. muciniphila , potesse in qualche modo apportare reali benefici. Nell'abstract di un suo recente studio il professore scrive:

"La sindrome metabolica è caratterizzata da una costellazione di comorbidità che predispongono gli individui ad un aumentato rischio di sviluppare patologie cardiovascolari e diabete mellito di tipo 2. Il microbiota intestinale è un nuovo fattore chiave coinvolto nell'insorgenza dei disturbi legati all'obesità. Nell'uomo, gli studi hanno fornito prove di una correlazione negativa tra abbondanza di Akkermansia muciniphila e sovrappeso, obesità, diabete mellito di tipo 2 o ipertensione. Poiché la somministrazione di A. muciniphila non è mai stata studiata nell'uomo, abbiamo condotto uno studio pilota randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, su volontari sovrappeso / obesi insulino-resistenti...  ...Integrazione di A. muciniphila vivi o pastorizzati per tre mesi è risultata sicura e ben tollerata. Rispetto al placebo, A. muciniphila pastorizzato ha migliorato la sensibilità all'insulina (+28,62 ± 7,02%, P = 0,002) e ridotto l'insulinemia (−34,08 ± 7,12%, P = 0,006) e colesterolo totale nel plasma (−8,68 ± 2,38%, P = 0.02). L'integrazione pastorizzata di A. muciniphila ha ridotto il peso corporeo (−2,27 ± 0,92 kg, P = 0,091) rispetto al gruppo placebo e la massa grassa (−1,37 ± 0,82 kg, P = 0,092) e la circonferenza dell'anca (−2,63 ± 1,14 cm, P = 0,091) rispetto al basale. Dopo tre mesi di integrazione, A. muciniphila ha ridotto i livelli dei relativi marcatori del sangue per disfunzione epatica e infiammazione mentre la struttura generale del microbioma intestinale non è stata influenzata. In conclusione, questo studio di prova mostra che l'intervento è stato sicuro e ben tollerato e che l'integrazione con A. muciniphila migliora diversi parametri metabolici".

il crescente numero di prove provenienti da altri studi su animali e umani suggerisce che A. muciniphila è un probiotico altamente promettente, in particolare il suo potenziale per la prevenzione e il trattamento del diabete, dell'obesità e dei loro disturbi metabolici associati,  è di grande interesse per la futura ricerca (2,3,4). Per quanto riguarda l'effettiva commercializzazione di questo batterio benefico, si presume che non prima del 2021 sarà effettivamente disponibile sul mercato, ma l'integrazione per la maggior parte di noi non dovrebbe essere un problema. In effetti l'integrazione di questo batterio benefico potrà essere molto utile in casi di disturbi da sindrome metabolica o in altri casi specifici, è però un fattore secondario e non necessariamente fondamentale nella maggioranza degli individui, in quanto in generale, è possibile aumentarne o diminuire la concentrazione nel nostro intestino a nostro piacimento. Volete sapere come?

L'importanza delle fibre


Sembra di ridire sempre le stesse cose ma l'alimentazione ha un ruolo fondamentale anche in questo caso, frutta e verdura non sono solamente alimenti benefici dal punto di vista nutrizionale in quanto contengono elementi nutritivi quali vitamine, sali minerali e antiossidanti utili per il nostro benessere, frutta e verdura apportano anche molte fibre, fonte di cibo necessaria per i nostri batteri benefici, compreso il nostro buon A. muciniphilla.

Vari studi hanno dimostrato che i frutto-oligosaccaridi, contenuti in grande quantità in alimenti quali cicoria, cipolla, asparagi, carciofi, frumento (integrale), banane e legumi sono la fonte di cibo indispensabile di A. muciniphila, nonché di altri batteri benefici quali i bifidobatteri. Altri studi hanno confermato che un integrazione di frutto-oligosaccaridi con la dieta hanno aumentato esponenzialmente la concentrazione di A. muciniphila nella flora batterica intestinale dei soggetti, apportando tutti i benefici già esposti di cui tale microorganismo è capace. Contrariamente una dieta ricca di grassi e cereali raffinati è risultata essere compromettente alla buona proliferazione di questo batterio amico nell'intestino (1,4)

In definitiva pare che questo batterio (assieme ad altre specie), sia di fondamentale importanza per il benessere dell'uomo e la sua concentrazione determini lo stato di buona o cattiva salute dell'individuo attraverso la promozione di un meccanismo anti-infiammatorio che dall'intestino si irradia a tutto il corpo (1, 3). Possiamo comprendere quindi come la corretta alimentazione e soprattuto un buon apporto di fibre, sia necessario per lo sviluppo di quei microorganismi benefici in grado di promuovere e mantenere una corretta eubiosi: un delicato e complesso equilibrio di microscopici esseri viventi che ogni giorno ci aiutano a mantenere un buono stato di salute e benessere, molto più di quello che si potrebbe pensare.

Per tutti coloro che desiderano conoscere più da vicino questo complesso argomento, mi sento di consigliare il testo di Alanna Collen "i batteri della felicità" proposto da HOEPLI.




Fonti:

1. Alanna Collen, "10% Human: How Your Body's Microbes Hold the Key to Health and Happiness"

2. Supplementation with Akkermansia muciniphila in overweight and obese human volunteers: a proof-of-concept exploratory study
3. Metabolic endotoxemia inmates obesity and insulin resistance
4. Strategies to promote abundance of Akkermansia muciniphila, an emerging probiotics in the gut, evidence from dietary intervention studies



Mirko Toller

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lunedì 23 settembre 2019

Una possibile arma contro l'antibiotico resistenza


Abbiamo da poco trattato il grave problema sanitario dell'antibiotico-resistenza, gli antibiotici già esistenti stanno smettendo di funzionare, in quanto i batteri hanno imparato a riconoscerli e per sconfiggerli bisognerebbe usare dosi tossiche per l’uomo. Fortunatamente arrivano anche notizie positive su questo fronte: è stato recentemente svelato il meccanismo molecolare con il quale i farmaci possono entrare nei batteri più resistenti e attaccarli con efficacia. È stata infatti identificata una porta di accesso nella spessa membrana che protegge i batteri, che serve a far passare il ferro e, con un piccolo inganno però, attraverso questa porta possono passare anche i nostri farmaci. È il risultato di una ricerca svolta dall’Istituto officina dei materiali del Cnr e dall’Università di Cagliari in collaborazione con Università di Oxford e Cnrs. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.

È stato quindi spiegato il meccanismo molecolare con cui aggirare l’antibiotico-resistenza di uno dei quattro batteri più pericolosi del mondo, secondo la classifica dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il lavoro, pubblicato su Nature Communications, è frutto di una collaborazione internazionale tra l’Istituto officina dei materiali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iom), le università di Cagliari e di Oxford e il Centre national de la recherche scientifique (Cnrs). L’antibiotico resistenza, che secondo l’Oms uccide 700mila persone l’anno, è un problema rilevante per le case farmaceutiche, che faticano a sintetizzare nuovi prodotti.

 Il consorzio pubblico di ricercatori scienziati dell’Imi, un’iniziativa dell’Ue che si occupa di medicina innovativa, ha avviato una ricerca nell’ambito di un più ampio progetto europeo per affiancare le case farmaceutiche nella soluzione di problemi di questo genere. “La difficoltà non è identificare le molecole capaci di uccidere i batteri, quanto quella di renderle capaci di raggiungerli, penetrandone la membrana esterna, un problema che risulta evidente quando si passa dagli esperimenti in laboratorio a quelli in vivo. La membrana di alcuni batteri è particolarmente spessa e affinché l’antibiotico raggiunga il batterio è necessario trovare dei varchi”, spiega Matteo Ceccarelli, del Cnr-Iom. Una possibile via di ingresso è stata svelata nei suoi aspetti molecolari dal nuovo studio. Si immagini la spessa membrana che protegge il batterio come un muro con una serie di porte e finestre: sono chiuse, ma esiste una chiave per aprirle. In questo caso la porta è un recettore dal nome PfeA e la chiave si chiama Enterobactin”, prosegue Ceccarelli. “Il recettore PfeA è una proteina di membrana che si trova sullo strato più esterno del batterio e che ha il compito di lasciar passare le molecole che trasportano il ferro all’interno”, spiega Ceccarelli. “La chiave di questa serratura per aprire la porta che fa passare il ferro, nel caso di PfeA, si chiama Enterobactin. Il trucco sta nel legare a questa molecola non solo il ferro ma anche il nostro antibiotico, cosicché i recettori PfeA vengano ingannati e lascino passare anche il framaco attraverso la membrana”.

 La potenziale via di accesso per far penetrare gli antibiotici è stata studiata in Pseudomonas aeuroginosa uno dei quattro batteri considerati dall’Oms i più pericolosi del mondo, responsabile di molte gravi infezioni fra le quali la polmonite nei pazienti affetti da fibrosi cistica. “Il recettore PfeA identificato in questa ricerca è tipico del batterio Pseudomonas aeuroginosa, ma se ne possono trovare di molto simili in altri batteri: Escherichia coli, per esempio, ne ha uno (FepA) che funziona nella stessa maniera”, conclude il ricercatore Cnr-Iom. Ogni partner della ricerca ha avuto un ruolo differente: l’università di Oxford si è occupato della produzione e cristallizzazione del recettore, il Cnrs di Strasburgo ha sintetizzato la molecola Eterobactin, Cnr-Iom con l’università di Cagliari si sono occupati di studiare e modellizzare l’interazione tra Enterobactin e il recettore PfeA.



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sabato 21 settembre 2019

GLI ANTIBIOTICI NON BASTANO PIÙ: ARRIVANO I BATTERI RESISTENTI E AUMENTANO I DECESSI



Sempre più preoccupante in Italia il fenomeno della resistenza microbica agli antibiotici, con l’outbreak epidemico nella regione Toscana dove in meno di un anno si sono verificati 36 decessi e 90 pazienti colpiti dal New Delhi Metallo beta-lactamase. L’Italia detiene il triste primato europeo con più di 10.000 decessi l’anno correlati ad infezioni da batteri resistenti. Quasi il 5% dei pazienti ricoverati è colpito da un’infezione  che non può essere trattata con i comuni antibiotici.

Il fenomeno dell’antibiotico-resistenza cresce nel nostro Paese. Stavolta è toccato alla Toscana dove si è registrato in poco meno di un anno un outbreak da New Delhi Metallo beta-lactamase (NDM), che ha i connotati di una vera e propria epidemia da infezione microbica resistente agli antibiotici, con ben 36 decessi e 90 pazienti colpiti. Non è la prima volta che il nuovo ceppo di batteri intestinali (Escherichia Coli e Klebsiella) è isolato in Italia ma è la prima volta che si sono verificati tanti casi in così poco tempo.

Tema di grande attualità quello dell’antibiotico-resistenza, che vede purtroppo l’Italia in pole position rispetto agli altri Paesi europei, con più di 10.000 decessi all’anno correlati ad infezioni batteriche che non sono trattabili con i comuni antibiotici.

Il Congresso nazionale della SITA, la Società Italiana di Terapia Antinfettiva, che per la 10a edizione riunisce i maggiori infettivologi italiani nella città di Napoli, ha aperto ieri i lavori, che proseguiranno per tutta la giornata odierna, puntando i riflettori sulle principali malattie infettive e in particolare sulla necessità di incentivare la ricerca e lo sviluppo di antibiotici innovativi e portare nelle scuole strategie educative di buona prassi igienica.

«Tutti noi infettivologi lanciamo un appello accorato: adesso che l’educazione civica entra di nuovo nelle scuole, va usata anche per la salute – dichiara Matteo Bassetti, Direttore Clinica di Malattie Infettive dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine e nuovo Presidente della SITA – è necessario tornare ad insegnare le buone regole dell’igiene, che sono il primo baluardo per arginare la diffusione di infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, e del buon uso degli antibiotici. Il secondo appello è rivolto ai governi e alle Istituzioni perché trovino soluzioni per premiare le aziende farmaceutiche che investono in ricerca e sviluppo di nuovi antibiotici. Oggi assistiamo alla ‘globalizzazione’ dei batteri resistenti: questi microrganismi si spostano con le persone colonizzate e con i pazienti. Abbiamo estremo bisogno di antibiotici innovativi».

È un programma fitto quello delle due giornate napoletane del Congresso SITA. Sessioni continuative sulle malattie infettive più comuni, meningiti, Hiv, infezioni emergenti e riemergenti, tante novità sulle terapie e una sessione piena dedicata ai giovani infettivologi e ai loro progetti.

«Nel tentativo di ridurre l’uso inappropriato di antibiotici, la regione Campania è stata la prima a recepire il Piano nazionale di lotta all’antibiotico-resistenza e da due anni abbiamo i Protocolli regionali per affrontare le patologie infettive più comuni – afferma Carlo Tascini, Direttore Prima Divisione di Malattie infettive Ospedale Cotugno di Napoli e Presidente del Congresso – abbiamo fatto un ulteriore sforzo, quello di misurare l’epidemiologia dell’antibiotico-resistenza con il progetto regionale SIRERAR. La situazione è preoccupante anche in Campania, sono in aumento i casi di endocardite negli anziani che devono essere sottoposti a sostituzione valvolare e i device sempre più spesso si infettano». 

Ceppi mutati di Escherichia Coli o di Klebsiella esprimono un meccanismo di resistenza chiamato appunto New Delhi Metallo beta-lactamase (NDM), descritto per la prima volta a Nuova Delhi ormai 10 anni fa. Dall’India si è poi diffuso prima nel Regno Unito e adesso da alcuni anni è descritto come ubiquitario. Questo enzima inattiva gli antibiotici e anche i nuovi, commercializzati negli ultimi anni, non funzionano.

Fortunatamente dalla ricerca arrivano buone notizie. La pipeline da qui ai prossimi cinque anni, commentano gli infettivologi, è interessante: tanti nuovi inibitori delle carbapenemasi e nuovi antibiotici in grado di contrastare le NDM e altri meccanismi simili.

Restano stringenti le misure da attuare nei nosocomi e nelle case di cura. Ma quel che serve adesso è insegnare alla popolazione la buona prassi dell’igiene, a cominciare dalle scuole primarie con l’educazione civica in ambito sanitario:

  • lavaggio frequente e accurato delle mani durante la giornata; 
  • mettere la mano o un fazzoletto davanti alla bocca quando si starnuta;
  • stare in casa con l’influenza;
  • uso appropriato degli antibiotici solo dietro prescrizione del medico di famiglia;
  • non assumere antibiotici per il raffreddore o la comune influenza;
  • usare gli antibiotici rispettando i dosaggi e i tempi prescritti dal medico di famiglia;
  • completare sempre il ciclo di trattamento anche se ci si sente meglio.

All’unanimità ieri il Consiglio direttivo di SITA ha nominato il professor Matteo Bassetti nuovo Presidente della Società scientifica. Bassetti succede al professor Claudio Viscoli, che lascia per sua scelta la carica ma diventa Presidente onorario.

«Non posso che ringraziare con affetto e doveroso riconoscimento il professor Viscoli – sottolinea Matteo Bassetti – che ha fatto cose straordinarie: se SITA esiste e oggi conta più di 600 soci in tutta Italia, il merito è suo. Continuerò nel solco da lui tracciato. Un pezzo di strada importante è stato fatto; cercherò di mantenere forte e vitale SITA, dando una maggiore vocazione internazionale con collegamenti alla Società europea di malattie infettive. Auspico di poter intraprendere nuovi percorsi, ritagliando sempre uno spazio ai progressi scientifici e lavorando per informare la popolazione, che è il nostro target più importante».


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mercoledì 18 settembre 2019

Elogio al caffè, alleato del nostro cervello


Il rientro dopo la pausa estiva può essere un momento faticoso: archiviate le giornate di relax, si torna alle scrivanie, tra agende da organizzare, appuntamenti e riunioni. Per affrontare lo stress da rientro con la giusta carica e slancio, il caffè, assunto all’interno di una dieta sana ed equilibrata, può rappresentare un vero e proprio alleato, soprattutto nelle situazioni di maggiore sforzo mentale, perché favorisce la concentrazione e aiuta a mantenere alto il livello di attenzione.

I benefici della caffeina, però, non si fermano qui. Il nuovo studio “Nutritional Risk Factors, Microbiota and Parkinson’s Disease: What Is the Current Evidence?” (1), pubblicato sulla rivista “Nutrients” e segnalato sul sito di ISIC – Institute for Scientific Information on Coffee, ha messo in evidenza un’associazione tra consumo di caffè e minore rischio di sviluppare alcune malattie neurodegenerative, come il Parkinson.

Il Parkinson è un disturbo del sistema nervoso centrale causato dalla degenerazione di alcuni neuroni, predisposti alla produzione di un neurotrasmettitore, la dopamina. La dopamina è responsabile dell’attivazione del circuito che controlla il movimento. Se viene a mancare una quantità elevata di neuroni dopaminergici manca anche un’adeguata stimolazione dei recettori situati nella zona del cervello detta striato, associata a una varietà di funzioni, tra cui il controllo dei movimenti volontari, con conseguente disturbo del sistema motorio

Lo studio ha revisionato le ricerche più rilevanti dal 2000 ad oggi, inclusi studi prospettici, studi caso-controllo e metanalisi, con l’obiettivo di indagare i fattori genetici e ambientali coinvolti nella patogenesi del Parkinson. Tra i fattori ambientali analizzati dalla ricerca, la nutrizione è stata una delle aree più studiate, in quanto si tratta di un fattore potenzialmente modificabile. I ricercatori si sono concentrati quindi su specifici nutrienti e gruppi alimentari ed è stato valutato un effetto positivo, principalmente negli uomini, legato al consumo di caffè e tè e acidi grassi polinsaturi. Come già evidenziato da un grande numero di studi epidemiologici precedenti (2, 3, 4, 5) anche questa nuova ricerca confermerebbe che il consumo di caffè, in dosi moderate e all’interno di uno stile di vita sano e attivo, sembrerebbe favorire una riduzione o un ritardo nell’insorgenza del Parkinson. Secondo diversi studi sperimentali sarebbe la caffeina il fattore decisivo, ma resta ancora da identificare con chiarezza il meccanismo d’azione. Va infine ricordato che una vasta letteratura scientifica conferma numerosi altri effetti favorevoli legati a questa bevanda: dalla memoria alla concentrazione, dalla performance fisica al rallentamento del fisiologico declino cognitivo legato all’età, dalla riduzione del rischio di malattie neurodegenerative (come appunto la malattia di Parkinson e il morbo di Alzheimer) a una forte azione preventiva e protettiva nei confronti del diabete di tipo 2 e di alcune malattie del fegato.

La stessa Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) nel suo parere sulla sicurezza della caffeina (6), ha indicato che un’assunzione moderata di caffè, tipicamente 3-5 tazzine al giorno, è sicura nella popolazione adulta e può far parte di una dieta sana ed equilibrata e di uno stile di vita attivo.


Fonti:

1. C Boulos et al. (2019) Nutritional Risk Factors, Microbiota and Parkinson’s Disease: What Is the Current Evidence?, Nutrients, Volume 11. 
2. Fall P.A. et al. (1999) Nutritional and occupational factors influencing the risk of Parkinson’s disease: a case-control study in southeastern Sweden.Mov Disord, 14:28-37. 
3. Webster Ross G. et al. (2000) Association of coffee and caffeine intake with the risk of Parkinson disease. JAMA, 283:2674-2679. 
4. Van der Mark M. et al. (2014) A Case-Control Study of the Protective Effect of Alcohol, Coffee, and Cigarette Consumption on Parkinson Disease Risk: Time-Since-Cessation Modifies the Effect of Tobacco Smoking,PLoS One, 9(4):e95297. 
5. Qi H. et al. (2014) Dose–response meta-analysis on coffee, tea and caffeine consumption with risk of Parkinson’s disease.Geriatr Gerontol Int, (2):430-9. 
6. EFSA Panel on Dietetic Products, Nutrition and Allergies (NDA) (2015) Scientific Opinion on the safety of caffeine. EFSA Journal 13(5):4102.



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venerdì 13 settembre 2019

Papilloma virus: disponibile il test fai da te


E' nato a Pisa presso la Scuola Normale Superiore ed è tutto italiano: a idearlo due ricercatori Bruna Marini e Rudy Ippodrino. Da qui il lancio della startup triestina Ulisse Biomed che ora commercializza LadyMed, il test fai da te per la diagnosi dell'HPV. Da oggi è disponibile in farmacia oppure nella farmacia online italiana www.epharmacy.it.

Cos’è il Papillomavirus?


Il Papillomavirus (HPV) è un virus che provoca un’infezione molto frequente, che interessa la maggior parte delle donne almeno una volta nella vita. Le infezioni da Papillomavirus possono coinvolgere sia l’apparato genitale inferiore femminile sia quello maschile. Nella maggior parte dei casi il sistema immunitario elimina il virus, quindi le infezioni da Papillomavirus risultano transitorie e asintomatiche. Il virus HPV può provocare lesioni benigne come verruche o condilomi che interessano la cute o le mucose del tratto genitale. In una minoranza di casi, se non curate, le lesioni genitali da papilloma virus progrediscono lentamente. Le lesioni indotte da Papillomavirus possono evolversi e trasformarsi in forme maligne, ma prima che questo accada possono trascorrere moltissimi anni. Solo pochissime donne sviluppano un tumore al collo dell’utero.

LA MAGGIOR PARTE DELLE LESIONI DA PAPILLOMAVIRUS REGREDISCE SPONTANEAMENTE SENZA CAUSARE PROBLEMI.

Papilloma virus, test in farmacia: la prevenzione è fondamentale. 


Per evitare le conseguenze del Papilloma virus bisogna sottoporsi costantemente a controlli. La prevenzione è fondamentale. Nel nostro paese da tre anni è previsto l’obbligo del vaccino per gli adolescenti. Una recente ricerca americana ha rivelato che le vaccinazioni contro il Papilloma virus umano hanno abbassato del 90% il numero delle infezioni.

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giovedì 12 settembre 2019

Settimana di prevenzione dell'invecchiamento mentale


La "Settimana di prevenzione dell'invecchiamento mentale", che per il 2019 si svolgerà dal 23 al 29 settembre, è una iniziativa di promozione sociale arrivata alla sua XI° edizione. Durante l'iniziativa specialisti di tutta Italia, quali psicologi, neuropsicologi e geriatri, aprono per una settimana le porte dei loro studi professionali a chiunque ne faccia richiesta, per fare un check-up gratuito e valutare lo stato di salute delle attività cognitive.

Molte persone invecchiano bene fisicamente; ciononostante presentano problematiche cognitive (come smemoratezza, disattenzione, disorientamento) che compromettono la qualità della vita e alle quali solitamente ci si rassegna. L'evidenza scientifica, però, suggerisce che appropriati esercizi mentali, una corretta alimentazione e del movimento fisico permettono di mantenere a un livello costante e ottimale l'abilità, la flessibilità delle prestazioni delle funzioni cognitive.

La "Settimana di prevenzione dell'invecchiamento mentale" è un’iniziativa di promozione sociale, al fine di sottoporsi ad un check-up e valutare lo stato di salute delle abilità cognitive. La prevenzione e i controlli sul proprio benessere cognitivo e mentale acquistano sempre più importanza in un’ottica di benessere psico-sociale. Tale screening cognitivo non deve essere visto come fine a sé stesso, ma come l’inizio di un possibile percorso, ove ne si rilevi il bisogno, di stimolazione o riabilitazione cognitiva. Il progetto inserito nella SPIM, intitolato “Ginnastica-Mente-Insieme”, consiste in camminate di un’ora e mezza, programmate localmente dagli specialisti, durante le quali verranno attivate le tre aree della salute: ginnastica fisica, ginnastica mentale e socializzazione. Nel corso della passeggiata, l’esperto fornirà informazioni ai partecipanti sugli stili di vita da adottare per mantenere mente e cervello in forma a tutte le età.

La 12^ edizione della SPIM - "Settimana di Prevenzione dell'Invecchiamento Mentale" di Assomensana, si svolge in più di 200 città italiane. Anche il centro medico Medicina e Nutrizione aderisce alla settimana di prevenzione dell'invecchiamento mentale. Mercoledì 25 settembre e sabato 28, i professionisti del centro saranno al vostro servizio per una consulenza gratuita. Sabato 28 inoltre alle 17:30, sarà possibile partecipare ad una camminata della durata di 90 minuti: una passeggiata in compagnia, esercizi di stimolazione cognitiva e attività di socializzazione tra i partecipanti.

Per maggiori informazioni inerenti al centro più vicino a voi, potete visitare il seguente link: Settimana di prevenzione invecchiamento menatale




Mirko Toller

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martedì 10 settembre 2019

L’ALTRA METÀ DELL’ALZHEIMER



600.000 mila le persone colpite dalla malattia in Italia. E molto spesso sono i familiari a occuparsi in prima persona dell’assistenza. Sono loro, i caregiver, l’altro “volto” del fenomeno. Un’attività gravosa la loro, che per quasi un torinese su due (42%) ha l’impatto maggiore sul piano psicologico ed emotivo.

In Italia sono 600.000 le persone che soffrono di Alzheimer e che si trovano a confrontarsi, ogni giorno, con un progressivo declino della memoria e delle capacità cognitive, fino all’impossibilità di portare a termine persino i compiti più semplici.

Numeri importanti di un fenomeno che però ha anche un altro volto: quello dei familiari che, in molti casi, si fanno carico in prima persona dell'assistenza al loro parente. Un'attività spesso svolta in maniera informale, che per quasi un abitante di Torino su due (42%) ha il suo impatto più forte, provante, e complesso da gestire, sulla sfera psicologica ed emotiva.

Lo rileva l'ultima ricerca dell'Osservatorio di Reale Mutua sul welfare1 che, in occasione del mese dell'Alzheimer, ha accesso un faro sui caregiver e su come i torinesi percepiscano l'assistenza da loro prestata, tra ruoli, difficoltà e bisogni di fronte alla patologia.

Oltre agli impatti psicologici, per un torinese su quattro (23%) preoccupano le ripercussioni sulle disponibilità economiche derivanti dai costi di cura e assistenza. Dati che trovano conferma in una ricerca Censis-Aima (Associazione italiana malattia di Alzheimer), che ha quantificato a livello nazionale i costi diretti dell'assistenza in oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie. Un costo annuo medio, per paziente, di oltre 70.000 euro, comprensivo dei costi a carico del SSN, di quelli che ricadono sulle famiglie e di quelli indiretti, come i mancati redditi da lavoro percepiti dai pazienti o gli oneri di assistenza dei caregiver.

L'aspetto più difficile da gestire assistendo un familiare affetto da Alzheimer è il cambiamento irrevocabile nella persona e nella relazione (32%), seguito dalla sua regressione psichica (20%), che può portare a comportamenti come, tra i più tipici, la frequente tendenza a reiterare domande e gesti (18%), e dal rischio che il paziente possa far male a se stesso o agli altri (15%).

Ma quali sono, nella percezione dei torinesi, i campanelli d'allarme del manifestarsi della malattia? I più caratteristici sono la dimenticanza dei nomi dei familiari (26%) e il disorientamento spazio-temporale, che si manifesta ad esempio con lo smarrirsi per strada (20%). Altro segnale sono poi l'incapacità di ricordare posizioni di oggetti dentro casa (22%) e quella di svolgere azioni abituali (14%).

Quali sono le realtà e i soggetti che i torinesi, in generale, percepiscono come più attivi sul fronte dell'Alzheimer? In primo luogo, le associazioni nazionali o territoriali (29%) e le strutture e le cliniche private (28%). Seguono i servizi del Sistema Sanitario Nazionale (11%). Quanto a specifiche attività sul territorio dedicate all'assistenza ai malati di Alzheimer, l’80% dei torinesi afferma di non conoscere progetti a riguardo.

Per sostenere l’attività dei caregiver, oltre la metà degli abitanti di Torino opterebbe per servizi di assistenza domiciliare (54%), magari integrati da attività presso centri diurni (49%) o comunque da attività dedicate durante il giorno (14%). Quasi un torinese su tre vede inoltre una soluzione efficace nella flessibilità oraria (31%), che permette di conciliare la cura del proprio caro con l'attività lavorativa, senza dovervi rinunciare.

Per affrontare e gestire con efficacia gli impatti psicologici, il 72% dei torinesi si rivolgerebbe infine a uno psicologo o psicoterapeuta, magari ricorrendo ad associazioni dedicate. Un 11% andrebbe invece dal medico di base.

“L'Alzheimer ha un forte impatto sulle famiglie in termini di costi, oneri di assistenza e cura e anche, come confermato dal nostro Osservatorio, carichi psicologici ed emotivi.” - commenta Michele Quaglia, Direttore Commerciale e Brand di Gruppo – “Se guardiamo ai trend demografici, i dati ci dicono che in Italia ci sono 13,8 milioni di ultra 65enni, il 23% della popolazione, ed è in corso un continuo fenomeno di invecchiamento. È quindi importante affiancare le famiglie, che in gran parte fanno fronte da sé ai compiti di assistenza, con soluzioni di welfare dedicate. Noi di Reale Mutua mettiamo a disposizione strumenti specifici che offrono un supporto concreto per gestire le diverse necessità e urgenze che possono verificarsi nella vita quotidiana: a partire dai prodotti Long Term Care che proteggono dal rischio di non autosufficienza, passando per i servizi di tutoring medico personalizzato per fornire informazioni e consigli utili, al supporto psicoterapeutico, alle sedute di orientamento e counseling, fino a servizi pratici come la consegna della spesa a domicilio e alle diverse prestazioni di assistenza domiciliare, che possono sostenere e affiancare l’operato del caregiver.”

1 Indagine CAWI condotta dall’istituto di ricerca Nextplora su un campione rappresentativo della popolazione italiana per quote d’età, sesso ed area geografica.



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sabato 7 settembre 2019

Come affrontate il problema della ricerca di badanti?


Con l'invecchiamento della popolazione il problema dell'assistenza agli anziani è sempre più sentito. Nella gran parte dei casi lasciare la casa dove si è vissuti per una vita è un trauma, ed ecco che molte famiglie si affidano a badanti, persone che vivano con i propri genitori o nonni, offrendo loro assistenza giorno e notte. Ma il mestiere in questione è sensibile e presuppone un forte legame fiduciario, si tratta infatti di far entrare in casa persone estranee che vivranno 24 ore al giorno con i propri cari. Per questo affidarsi a professionisti è consigliato. Tra i massimi esperti del settore in Italia, c'è Vitassistance, un agenzia di somministrazione di lavoro specialista autorizzata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 

La Vitassistance lavora nel settore dell'assistenza agli anziani e ai disabili dal 1994 e assume direttamente le colf e le badanti, applicando loro il contratto nazionale del lavoro domestico in base alla specifica posizione. In questo modo il cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le badanti, ma solo con Vitassistance, che si assume ogni responsabilità della gestione del servizio e che si fa carico degli oneri previdenziali e fiscali.

In questo modo la durata del contratto per la famiglia è assai flessibile, il cliente lo può sospendere in qualsiasi momento a seconda delle necessità che sorgono. Ma uno dei vantaggi più grandi offerti da Vitassistance è di eliminare la ricerca fai da te e così facendo la famiglia che cerca aiuto, risparmia tempo e vede aumentare la sicurezza della professionalità della persona che si farà entrare in casa. Si evitano poi tutta un'altra serie di incombenze, come inquadrare la persona prescelta con regolare denuncia all'Inps, all'Inail, alla prefettura, all'ispettorato e all'ufficio di collocamento. Ci pensa l'agenzia in tutto e per tutto.

Non di rado, poi, succede che dopo i primi giorni il comportamento della badante non sia più accondiscendente come durante il colloquio iniziale; si possono evidenziare richieste ulteriori di denaro o di privilegi, con conseguenti minacce di abbandono; facendo precipitare il malcapitato nella spirale della paura di ricominciare da capo. Si inizia così un balletto di varie persone che si avvicendano sull'anziano, con gravi squilibri psicologici per quest'ultimo. Il pensiero di fondo dell'azienda è semplice: affidarsi a professionisti per garantire la migliore assistenza agli anziani e ai disabili.

Il vantaggio più forte è per l'anziano o il disabile in questione che eviterà di vedere sfilare in casa propria una lunga serie di persone, nel peggiore dei casi incompetenti e truffaldine. Dall'altra parte i famigliari avranno meno problemi e incombenze da affrontare e delle garanzie in più, il tutto grazie al lavoro ormai quasi ventennale di Vitassistance. Tra i lati più apprezzati dalle famiglie c'è proprio la scomparsa delle mille pratiche burocratiche e delle lunghe giornate passate a fare le trottole da un ufficio all'altro con la paura di non aver fatto le cose come andavano fatte e il rischio di andare incontro a sanzioni, anche pesanti.

www.vitassistance.it



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venerdì 6 settembre 2019

Aridità e asma: la correlazione in uno studio


Individuata una correlazione tra gli indici climatici che controllano le fluttuazioni dell’aridità e i tassi di mortalità per asma negli Stati Uniti. Lo studio, condotto da ricercatori degli Istituti Ismar, Isac e Irib del Cnr, potrebbe aprire la strada a ulteriori ricerche su altre malattie e in Paesi diversi (compresa l’Italia), al fine di prevenire danni per la salute, in parte indotti o enfatizzati dalla variabilità climatica. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature.

Il clima sta cambiando rapidamente su scala globale. Aumentano le temperature medie e i fenomeni meteorologici estremi (come le ondate di calore, le siccità e possibili conseguenti aridità). In futuro le popolazioni dovranno quindi adattarsi a un ambiente diverso dall’attuale, anche sotto l’aspetto sanitario che giocherà un ruolo sempre più importante. A formulare un’ipotesi innovativa su possibili collegamenti tra gli indici climatici che controllano le oscillazioni dell’aridità e i tassi di mortalità per asma negli Stati Uniti, è un team multidisciplinare del Consiglio nazionale delle ricerche che riunisce ricercatori dell’Istituto di scienze marine (Cnr-Ismar), Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica (Cnr-Irib) e Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Cnr-Isac). La ricerca sul collegamento tra climatologia e patologie respiratorie è stata pubblicata su Scientific Reports del gruppo Nature.

“Il clima della Terra, è andato incontro, nel corso del tempo, a numerosi e intensi cambiamenti: alcuni legati a cicli di lungo periodo, di decine di migliaia di anni, dovuti a fenomeni di carattere astronomico come le variazioni dell’orbita della Terra attorno al Sole e/o dell’inclinazione dell’asse terrestre, altri su periodi più brevi, anche inferiori a 100 anni, a seguito di variazioni nell’emissione della radiazione solare, oscillazioni della circolazione oceanica e/o atmosferica, etc.”, ricorda Sergio Bonomo, ricercatore Cnr-Ismar. “A partire dalla rivoluzione industriale, a questi fattori si è aggiunta l'attività umana, che soprattutto con l’incremento della concentrazione di gas ad effetto serra sta determinando un aumento della temperatura e un’intensificazione degli eventi estremi quali periodi siccitosi e di aridità”.

Il forte interesse verso eventi di aridità, alcuni riconoscibili su scala globale, ha portato il team ad ipotizzare, già nel 2016 nell’ambito del progetto NextData coordinato dal Cnr (http://www.nextdataproject.it), “che le oscillazioni cicliche dell’aridità riconosciute negli ultimi secoli della storia climatica del Mediterraneo, fossero anche osservabili nei tassi di mortalità per asma, ipotizzando così una correlazione tra condizioni di aridità e tassi di mortalità per asma”, prosegue Bonomo. Da qui l’idea di confermare l’ipotesi studiando i dati sui tassi di mortalità per asma suddivisi in età, genere ed etnia che gli Stati Uniti mettono a disposizione del pubblico sin dal 1950. “L'asma è una delle più diffuse malattie respiratorie croniche a livello globale, con un preoccupante aumento di prevalenza sia nella popolazione generale sia nei bambini, in Italia e nel mondo”, afferma il ricercatore.

Negli Usa, in particolare, è una delle malattie più comuni, che colpisce circa 20 milioni di persone ed è responsabile di oltre 5.000 decessi l'anno, con un notevole impatto in termini di costi socio-sanitari. Recenti studi hanno dimostrato che gli adulti hanno una probabilità di morire per asma circa 4 volte maggiore rispetto ai bambini, sebbene dal 1980 al 1998 i tassi di mortalità per asma infantile siano aumentati del 3,4% l'anno”. 

 Per quanto riguarda gli Stati Uniti, le variazioni di aridità sono state correlate con le fluttuazioni di due indici climatici - l’Atlantic Multidecadal Oscillation (AMO) ed il Pacific Decadal Oscillation (PDO) – che riflettono le variazioni della temperatura superficiale degli Oceani Atlantico e Pacifico. “Per verificare l’esistenza di una correlazione tra AMO, PDO e i tassi di mortalità per asma dal 1950 al 2015, sono state analizzate le oscillazioni periodiche delle serie temporali in esame. Ne è emerso che i tassi di mortalità per asma di quattro diversi gruppi di età (5-14 anni, 15-24 anni, 25-34 anni, 35-44 anni) registrano e condividono lo stesso schema di fluttuazioni dell’indice climatico AMO, con periodicità media di 44 anni”.

 Il gruppo Cnr, sulla base di quanto sviluppato negli Stati Uniti, prevede ora di riprendere la ricerca nel Mediterraneo, ampliandola con dati epidemiologici sia dell’asma sia di altre patologie. Nell’area mediterranea infatti il Cnr, grazie anche al progetto NextData, dispone per gli ultimi millenni di serie storiche ad altissima risoluzione di diversi parametri climatici, ricostruiti attraverso lo studio di “carote” di sedimenti marini.


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giovedì 5 settembre 2019

Green Food Influencer al SANA: come comunicare la sostenibilità del cibo





In occasione del SANA, Salone internazionale del biologico e del naturale, il 6 settembre alle ore 11 (Sala Melodia) si svolgerà il convegno “Green Food Influencer: come si comunica la sostenibilità del cibo tra influencer, istituzioni, app e campagne”.

Intervengono, tra gli altri, Alfonso Pecoraro Scanio, Lucia Cuffaro e Lorenzo “Veg” Lombardi.
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mercoledì 4 settembre 2019

Uno strano e triste caso di alimentazione sbilanciata


L'importanza di una corretta alimentazione, fin dalla tenera età, non deve essere interpretato come una frase, un motto detto e ridetto, letto e riletto, che possiamo sentire o leggere qua e là. Deve essere il principio cardine con cui ognuno di noi affronta la vita di tutti i giorni, una consapevolezza che deve entrare a fa parte del nostro modo di essere.

Un 17enne britannico ha subito un danno irreversibile alla vista dopo aver mangiato, fin da quando era piccolo, solamente patatine fritte, chips, salsicce, prosciutto e pane bianco. Un comportamento alimentare sicuramente al limite, quasi surreale, ma che spesso anche se meno estremo, può ricalcare il comportamento alimentare di molti bambini e giovani che se non adeguatamente supportati e istruiti in ambito alimentare, si lasciano spesso conquistare dai cibi pronti, gustosi, molto saporiti, dall'elevato apporto calorico ma che al contrario, sono poveri o addirittura privi di elementi nutritivi essenziali, soprattuto nella delicata fase dello sviluppo e dell'accrescimento.

La dottoressa Denize Atan, che ha avuto in cura il ragazzo all’Ospedale oculistico di Bristol, ha parlato di questa quasi surreale e triste storia:

 La sua dieta era costituita essenzialmente da una porzione di patatine fritte al giorno dal negozio di fish and chips vicino a casa. Faceva altresì degli spuntini con delle chips (Pringles), talvolta delle fette di pane bianco e occasionalmente delle fette di prosciutto 

Il giovane, che risulta nonostante tutto normopeso, è stato colpito da una neuropatia ottica nutrizionale provocata da un carenza prolungata di vitamina B12. I medici, però, gli hanno riscontrato anche bassi livelli di rame, selenio e vitamina D. La patologia gli ha causato la perdita della vista frontale. Ora può affidarsi solo alla vista periferica residua: non potrà guidare, fatica molto a riconoscere i volti, a leggere o a guardare la TV e rispetta i criteri per essere dichiarato cieco. 

Questo regime dietetico estremamente selettivo, andava avanti dalla fine della scuola elementare ed era determinato da una forte avversione per la consistenza della maggior parte dei cibi. L’adolescente aveva già consultato i medici all’età di 14 anni perché si sentiva stanco e, già allora, gli era stata diagnosticata una carenza di vitamina B12 e gli erano stati conseguentemente prescritti degli integratori. Il ragazzo, tuttavia, non aveva seguito la cura né aveva migliorato la sua alimentazione. 

Per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” che ha riportato questa curiosa ma triste notizia, casi come questo sono per fortuna rari, ma i genitori dovrebbero essere consapevoli dei potenziali danni di un atteggiamento iper-selettivo a tavola e quando frutta e verdura sono praticamente assenti. Nel mirino non c'è semplicemente il cibo spazzatura, ma l'atteggiamento schizzinoso ed esigente che porta molti bambini a evitare alcuni cibi.

Il caso, chè è riportato sull’Annals of Internal Medicine Journal, fa riflettere e mette in luce non solo l'importanza della corretta alimentazione, ma anche del corretto supporto educativo e psicologico di cui i giovani abbisognano, supporto che deve essere necessariamente messo in campo dagli adulti responsabili, i quali a loro volta, devono essere capaci d'informarsi consapevolmente su questo tema, e dare quindi per primi il buon esempio seguendo a loro volta un regime alimentare completo, vario ed equilibrato.


Toller Mirko


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martedì 3 settembre 2019

Salute e centrali a carbone: riflettori su Vado Ligure


Gli epidemiologi ambientali dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa hanno svolto una ricerca sull’impatto della centrale di Vado Ligure, studiando la popolazione residente per 13 anni in 12 comuni dell’area, per valutare la relazione tra esposizione ad inquinanti atmosferici e rischio di mortalità e malattie. Il lavoro è pubblicato su Science of the Total Environment.

In questo caso specifico è stato studiato l’impatto sanitario della centrale ‘Tirreno Power’ di Vado Ligure (Savona), avviata nel 1970 e alimentata a carbone fino al 2014, quando la Procura della Repubblica di Savona ha fatto fermare gli impianti a carbone per ‘disastro ambientale doloso’. La ricerca ha valutato la relazione tra l’esposizione a inquinanti atmosferici emessi dalla centrale e il rischio di mortalità e ricovero in ospedale per cause tumorali e non tumorali, studiando tutta la popolazione residente dal 2001 al 2013 in 12 comuni intorno a Vado Ligure.

 “L’esposizione a biossido di zolfo (SO2) e ossidi di azoto (NOx) è stata stimata dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure (Arpal) mediante un modello di dispersione, che ha considerato le emissioni da fonti industriali, portuali e stradali”, spiega Fabrizio Bianchi del Cnr-Ifc, coordinatore del gruppo. “L’area è stata suddivisa in 4 classi di esposizione a inquinanti (diversi livelli con inquinamento di crescente intensità). La relazione tra effetti sulla salute ed esposizione a inquinamento atmosferico è stata studiata per uomini e donne, confrontando ciascuna delle tre categorie con maggiore concentrazione di inquinanti con quella a minore concentrazione, tenendo conto dell’età e della condizione socio-economica della popolazione (indice di deprivazione)”. Per il periodo 2001-2013 sono state seguite 144.019 persone, identificate con l’indirizzo di residenza. “Nei 12 comuni considerati, nelle aree a maggiore esposizione a inquinanti sono stati riscontrati eccessi di mortalità per tutte le cause (sia uomini che donne +49%) per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso e degli organi di senso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone tra gli uomini (+59%). L’analisi dei ricoveri in ospedale ha fornito risultati coerenti con quelli della mortalità”, prosegue Bianchi.

 I risultati ottenuti indicano che “anche considerando le diverse fonti inquinanti cui sono stati esposti i cittadini, ci sono stati forti eccessi di rischio di mortalità prematura e di ricovero ospedaliero per i residenti intorno alla centrale a carbone di Vado Ligure. L'esposizione alle emissioni è risultata associata a numerosi eccessi di mortalità e di ricovero in ospedale, in particolare per le malattie dei sistemi cardiovascolare e respiratorio, per i quali d’altra parte la dimostrazione scientifica di un legame con l’inquinamento atmosferico è più convincente”, spiega il ricercatore Cnr-Ifc. “I risultati conseguiti confermano peraltro le conoscenze pregresse, ma è la prima volta che viene effettuata una quantificazione del rischio, purtroppo molto alto. Le centrali per la produzione di energia alimentate a carbone rappresentano una fonte significativa di inquinanti atmosferici che impattano a livello locale e globale. Oltre alle note emissioni di biossido di carbonio (CO2), che contribuiscono al riscaldamento globale, ci sono quelle di biossido di zolfo (SO2), che sono associate a effetti dannosi per la salute”.

Gli autori concludono con l’auspicio che “si sposti con urgenza l’attenzione sulle valutazioni preventive degli impatti sulla salute, e quindi sulle fonti che si conoscono come maggiormente inquinanti, anziché valutare i danni alla salute già verificatisi a causa delle esposizioni”. E inoltre confidano che “i risultati presentati possano stimolare decisioni a favore della riduzione dei livelli di esposizione riconosciuti dannosi per l’ambiente e la salute e della realizzazione di studi analitici e di programmi di sorveglianza adeguati. Più in generale, lo studio condotto a Vado Ligure può contribuire a fornire ulteriore alimento all'ampio dibattito in corso sulle opzioni di decarbonizzazione e di contrasto ai cambiamenti climatici”.


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