lunedì 10 febbraio 2020

Non esistono diete o pillole miracolose per curare il diabete. Attenzione degli esperti sul tema.


L’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e la Società Italiana di Diabetologia (SID) invitano i pazienti a diffidare delle pubblicità che promettono di ‘curare’ il diabete con diete miracolose e supplementi alimentari. I rischi per la salute possono essere importanti

A lanciare l’allarme è il dottor Paolo di Bartolo, presidente AMD e il professor Francesco Purrello, presidente SID. “Il nostro Servizio Sanitario Nazionale - ricordano gli esperti - è fra i pochi al mondo a prevedere una copertura assistenziale universalistica. Questo, ancora oggi, garantisce ai cittadini un’assistenza di qualità e sostenibile. Affidarsi a percorsi di ‘cura’ alternativi significa affidarsi a soluzioni terapeutiche che non sono state sottoposte al vaglio degli studi scientifici, né ai rigidi controlli da parte degli organi nazionali preposti, che precedono l’immissione sul mercato di qualsiasi terapia, nonché il costante monitoraggio durante la somministrazione."

Liberarsi per sempre dal diabete. E chi non lo vorrebbe? 


Di certo quei 4 milioni di italiani che convivono con questa patologia che, se non ben controllata, se ne porta dietro tante altre. Sono tanti ormai i farmaci a disposizione del diabete di tipo 2 (per il tipo 1, l’unica possibilità è l’insulina), ma non si dispone ancora di una cura definitiva. Ma il diabete, al pari di altre condizioni croniche, come l’ipertensione e l’ipercolesterolemia si può trattare e tenere a bada, e in questo modo ci si protegge dalle conseguenze di una glicemia fuori controllo e dalle tante complicanze collegate a questa malattia. Convivere con una malattia cronica tuttavia è difficile, è psicologicamente pesante e possono esserci momenti di stanchezza e di depressione che di certo non giovano all’aderenza alle terapie e ad uno stile di vita sano.

L’attività fisica e l’alimentazione sono colonne portanti della gestione del diabete e possono fare la differenza, insieme alle terapie, tra un diabete in buon compenso e uno fortemente scompensato. Ma pensare di poter ‘curare’, addirittura di far scomparire il diabete con la sola dieta e una manciata di integratori è un’altra storia. La rete e le pubblicità dei giornali sono purtroppo spesso un’insidiosa vetrina di ‘sirene’ e cattivi consiglieri. Ci sono quelli che promettono di ‘guarire’ il diabete in poche settimane con diete miracolose e le immancabili ‘pillole’ di supplementi. Magari fosse così, magari fosse vero. Scopo evidente di queste pubblicità è solo il profitto, che certo non rappresenta un reato. Purtroppo, queste false promesse possono mettere a repentaglio la salute dei pazienti. Un soggetto con diabete che da un giorno all’altro decida di abbandonare le sue medicine e di imbottirsi di ‘supplementi’ o di seguire diete miracolose potrebbe trovarsi con un grave scompenso e finire in pronto soccorso.

Gli esperti delle società scientifiche di diabetologia invitano dunque alla prudenza e al buon senso. Le persone hanno tutto il diritto di navigare in rete e di informarsi, ma le fonti – raccomandano gli esperti della SID e dell’AMD – vanno sempre verificate (intanto si può cominciare col far caso se la pagina in questione riporta la dizione ‘informazione pubblicitaria’) e per testare la veridicità delle promesse di pillole e diete ‘magiche’ è sempre meglio consultare il proprio medico. Non è il caso insomma di fare esperimenti in autonomia. Potrebbero purtroppo costare davvero cari.“Invitiamo i cittadini – ammoniscono Francesco Purrello e Paolo Di Bartolo - a non sperimentare ‘trattamenti’ suggeriti su canali diversi da quelli ufficiali previsti dal nostro servizio sanitario e a fare sempre riferimento al proprio medico di famiglia per qualsiasi dubbio o approfondimento. A seconda delle situazioni, il medico saprà eventualmente indirizzare i suoi assistiti verso lo specialista e/o la struttura di riferimento della zona più in linea con il percorso di cura individuato."

"Suggeriamo infine
 – concludono gli esperti – di evitare cambi o integrazioni di terapia anche con prodotti da banco facilmente reperibili dal consumatore. Anche in questo caso, andrebbe sempre prima informato il medico di riferimento per evitare interferenze con il percorso terapeutico che potrebbero vanificare l’aderenza alla terapia."



Etichette: ,

giovedì 6 febbraio 2020

Coronavirus: come ridurre il contagio. Senza panico.


Il panico non serve a contrastare le infezioni. Come sempre in queste occasioni, la cosa più importante è mantenere la calma ed evitare di creare e diffondere notizie non veritiere che possono creare ansia e panico.


"L’epidemia in Cina del nuovo coronavirus è senz’altro un’emergenza da affrontare seriamente, ma teniamo presente che il nostro Ministero della Salute ha preso per tempo tutte le misure necessarie a contrastare la diffusione del virus” dice Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani. “Quello che ciascun cittadino può e deve fare è mettere in atto quelle semplici misure di igiene personale che valgono per tutte le infezioni virali, come l’influenza stagionale che proprio ora sta attraversando la fase di picco”."


L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato in questi giorni una sorta di decalogo per ridurre il rischio che vale la pena riportare:  


* Lavarsi di frequente le mani con le soluzioni igienizzanti a base di alcol o con acqua e sapone  

* Coprirsi il naso e la bocca con un fazzolettino quando si tossisce o si starnutisce, gettare il fazzolettino e lavarsi le mani  

* Evitare contatti ravvicinati con persone che presentino febbre e tosse  

* Rivolgersi tempestivamente al medico in caso di febbre e tosse, facendogli anche presente se di recente si sono compiuti viaggi all’estero  

* Evitare di consumare alimenti di origine animale crudi o solo parzialmente cotti. Maneggiare i cibi crudi di origine animale in modo da evitare che possano contaminare altri alimenti crudi (verdure, frutta)



"Quanto all’uso delle mascherine serve innanzitutto a evitare di contagiare gli altri, e in paesi come il Giappone è pratica corrente per chiunque abbia anche soltanto il raffreddore” prosegue Andrea Mandelli. “Mai come quando si presenta una nuova malattia infettiva è fondamentale una corretta informazione, innanzitutto quella dei siti istituzionali e quella che viene dai professionisti della salute, e non il passa-parola non verificabile dei social media. I 100.000 farmacisti italiani sono a disposizione per ragguagliare il cittadino e rispondere a tutte le sue richieste."






Etichette: , ,

lunedì 3 febbraio 2020

Coronavirus e donazioni di sangue. Quali sono i rischi?


Il nuovo ceppo di coronavirus, che ha messo in allerta l’intero sistema cinese, non è un pericolo per chi decide di donare sangue o riceverlo.

Con la diffusione del Coronavirus, la forma virale che dalla città di Whuan, in Cina, si sta diffondendo anche in altri continenti, AVIS Regionale Lombardia promuove controlli serrati per garantire la sicurezza di donatori, riceventi e di tutto il personale. Il presidente di AVIS Regionale Lombardia Oscar Bianchi rassicura: «Non sono state documentate trasmissioni mediante la trasfusione di emocomponenti e non è noto alcun rischio di trasmissione trasfusionale ma in linea con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità abbiamo rafforzato le misure di sorveglianza anamnestica sul donatore di sangue, applicando una sospensione temporanea di 21 giorni dal rientro per tutti i donatori che abbiano soggiornato nelle aree interessate. A tutti i donatori stiamo raccomandando di informare il servizio trasfusionale di riferimento in caso di comparsa di sintomi compatibili con l’infezione da “Coronavirus” , o in caso di diagnosi, nei 14 giorni successivi ad una donazione». 

Nessun pericolo dunque per i donatori che, al massimo, saranno costretti ad un periodo di sospensione dell’attività, come peraltro accade con qualsiasi altra patologia virale. I sintomi più comuni consistono in febbre, tosse secca, mal di gola, difficoltà respiratorie come in una forma simil influenzale. L’infezione si previene valutando la possibilità di posticipare viaggi a Wuhan non strettamente necessari, vaccinandosi contro l’influenza almeno 2 settimane prima della partenza, evitando il contatto diretto con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, lavandosi spesso le mani, soprattutto dopo il contatto diretto con persone malate, evitando di visitare mercati ittici o di animali vivi, evitando il contatto diretto con animali da allevamento o selvatici vivi o morti. 

Infine, i viaggiatori con sintomi di infezione respiratoria acuta dovrebbero rispettare l’igiene respiratoria: evitare contatti ravvicinati, coprire starnuti e colpi di tosse con un fazzoletto, preferibilmente, monouso e lavare le mani. In caso di dubbi si raccomanda di consultare il numero verde 1500 del Ministero della Salute che fornisce gratuitamente ai cittadini informazioni, in italiano, inglese e cinese sul Coronavirus. Il numero è attivo 24 ore su 24.

Avis Regionale Lombardia 


È la struttura che coordina tutte le Avis Comunali e Provinciali lombarde. Con oltre 40 anni di storia alle spalle opera su tutto il territorio lombardo tramite una rete di Avis comunali (648) presenti quindi in oltre il 42% dei Comuni della Regione; le sedi comunali sono coordinate dalle 12 Avis Provinciali. La Lombardia rappresenta oltre il 20% dei donatori italiani che coprono il 24% del fabbisogno nazionale. Avis Regionale costituisce l’organismo di interfaccia e il momento di raccordo tra il volontariato attivo, il mondo medico e le istituzioni sanitarie, nell’ottica dell’ottimizzazione e dell’efficacia del nostro essere volontari attivi.


Etichette: ,

mercoledì 29 gennaio 2020

Melanoma: a rischio fasce più giovani ma nuove risposte al rischio recidiva


Il melanoma, il più pericoloso tra i tumori della pelle, colpisce fasce sempre più giovani della popolazione. Nel 2019, secondo le ultime stime AIOM, le nuove diagnosi di melanoma sono circa 12.400, di cui 6.700 tra gli uomini e 5.700 tra le donne (4% di tutti i tumori in entrambi i sessi). Una patologia che rappresenta il 9% dei tumori giovanili negli uomini (al secondo posto tra le neoplasie più frequenti, dopo il testicolo) e il 7% nelle donne (terza neoplasia più frequente, dopo mammella e tiroide). Fino a pochi anni fa il melanoma era considerato una neoplasia rara, addirittura rarissima tra gli adolescenti, mentre negli ultimi 20 anni l’incidenza è aumentata di oltre il 4% all’anno negli adolescenti di entrambi i sessi. Nel corso della vita si ammala un uomo su 66 e una donna su 85.

 “Melanoma: un destino che può cambiare” è l’appuntamento promosso da Inrete Relazioni Istituzionali e Comunicazione, con il patrocinio di IMI (Intergruppo Melanoma Italiano) e grazie al contributo di Novartis, azienda farmaceutica multinazionale. L’incontro vuole fare il punto sulla patologia e sui progressi della ricerca destinati ad incidere positivamente sulla vita dei pazienti affetti da questa malattia. Il confronto tra il mondo scientifico e istituzionale si è svolto presso la sala multimediale del Rettorato La Sapienza, a Roma, per tracciare un ritratto dello stato dell’arte e delle prospettive future alla luce, anche, delle novità più recenti.

 Il melanoma è una neoplasia della pelle maligna che può insorgere ex novo o derivare da un neo preesistente sulla cute integra. I nei sono agglomerati di melanociti, le cellule dell’epidermide che producono e accumulano melanina. La sopravvivenza più alta per questo tipo di tumore si registra in Trentino Alto Adige (92%), Piemonte e Veneto (90%). Il Lazio, invece, è la seconda Regione italiana per mortalità maschile (131 decessi – Istat 2016), terza per quella femminile (79 decessi – Istat 2016). Nella regione del Centro Italia l’incidenza della patologia è pari al 21,9% per gli uomini (650 casi ogni 100 mila abitanti) e al 14,5% per le donne (470 diagnosi ogni 100 mila abitanti).

 Negli ultimi anni si registra un aumento dell’incidenza della patologia nella fascia d’età 0-45 anni. Per il melanoma individuato in uno stadio precoce, la chirurgia costituisce il trattamento standard ed è associata a una buona prognosi a lungo termine. A 5 anni dalla diagnosi si registra un tasso di sopravvivenza del 98% nei pazienti in stadio I e del 90% di quelli in stadio II. Diverse le cose per lo stadio III, quando il tumore si estende ai linfonodi vicini (circa il 15% delle nuove diagnosi). In questo caso, infatti la patologia presenta rischi di recidiva elevati.

 Paolo Marchetti, Direttore Reparto Oncologia dell’Ospedale Sant’Andrea e del Policlinico Umberto I di Roma, pone l’accento sui dati: “Il melanoma è un tipo di cancro particolarmente aggressivo che ogni 12 mesi, in Italia, fa registrare 7000 nuovi casi e 1500 decessi. La diagnosi precoce e l’adozione di corretti stili di vita, in particolare con una maggiore attenzione all’esposizione al sole, restano le armi vincenti contro questa patologia”.

 La mutazione di alcuni geni, come dimostrato da recenti studi, è responsabile della proliferazione incontrollata delle cellule di melanoma. Fra questi il gene BRAF, che – mutato - produce una proteina anomala la quale, non funzionando più correttamente, invia un segnale errato alla cellula tumorale che si moltiplica in maniera incontrollata. Per questo nei pazienti ad alto rischio (III stadio), gli esperti raccomandano l’esecuzione del test per determinare la mutazionale del gene BRAF attraverso un test di laboratorio, eseguito su un campione di tessuto prelevato tramite biopsia.

 “Il melanoma cutaneo - ha spiegato Virginia Ferraresi, Membro Consiglio Direttivo I.M.I., IRCCS- Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, Divisione di Oncologia Medica 1 - è caratterizzato da un alto numero di mutazioni delle cellule melanocitarie prevalentemente derivanti dall’effetto tumorale dei raggi ultravioletti. La rivoluzione in ambito terapeutico è legata alla identificazione di geni che producono proteine che, a loro volta, veicolano segnali che portano sia alla trasformazione neoplastica sia alla proliferazione e alla sopravvivenza delle cellule tumorali stesse”.

 “Come per tutte le patologie, sia tumorali che infiammatorie- dichiara Ketty Peris, Presidente SIDeMaST e Direttore della Clinica dermatologica, Policlinico Gemelli - è fondamentale, nell’approccio diagnostico-terapeutico alla malattia, lavorare in team multidisciplinare in centri dedicati e di riferimento che rispondano ai requisiti richiesti. Così facendo, infatti, si può garantire una ottimale presa in carico del paziente grazie alla stretta collaborazione fra oncologi e dermatologi, ma anche chirurghi, radioterapisti e anatomopatologi inserendo il paziente in uno specifico percorso di diagnosi e cura”.

 A queste caratteristiche della patologia, la ricerca ha risposto con soluzioni legate alla medicina di precisione con farmaci pronti a colpire bersagli specifici, che hanno dimostrato grande efficacia nel contrasto alle recidive. “Questo trattamento adiuvante - come testimonia Monica Forchetta, presidente APaIM (Associazione Pazienti Italia Melanoma)- apre nuovi scenari poiché in grado di prevenire recidive nelle persone affette da melanoma, al III stadio, ovvero ad alto rischio, positivi per la mutazione BRAF e dopo la completa resezione chirurgica. A incidere sull’impatto psicologico dei pazienti è anche la durata del percorso di cura: 12 mesi. Un aspetto che porta le persone in terapia ad affrontare con maggiore forza e vigore un percorso difficile, ma circoscritto e oggi molto più breve di qualche anno fa”.

 Tutt’oggi però una corretta informazione sui rischi che si corrono in seguito a esposizioni precoci e prolungate ai raggi UV deve affiancarsi a un sistema di prevenzione adeguato. Come ha spiegato Angela Ianaro, Membro Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati, “Il rischio è notevolmente maggiore tra chi fa uso di lampade solari, specie se di età inferiore ai 30 anni. Il nostro ordinamento disciplina l’utilizzo delle lampade abbronzanti, prevedendone il divieto ai minori. Non determina, tuttavia- prosegue la Ianaro- alcuna sanzione nel caso di violazione del divieto stesso. In considerazione del pericolo legato a un loro utilizzo da parte dei minorenni ho presentato un’interpellanza urgente affinché si introducano controlli accurati sul rispetto della normativa vigente e regimi sanzionatori”.

“Altrettanto importante è - come sottolinea il Presidente della Commissione Salute della Regione Lazio Giuseppe Simeone - costruire e implementare la rete per le patologie oncologiche, consentendo a tutti i pazienti della Regione di usufruire di percorsi di diagnosi e terapie ed eventualmente essere indirizzati verso percorsi di trattamenti con farmaci sperimentali".

Etichette:

martedì 28 gennaio 2020

Salute: 1 italiano con diabete su 7 risiede in Lombardia; 1 lombardo con diabete su 3 nella città metropolitana di Milano

Con 550.000 persone con diabete, la Lombardia è la prima regione d’Italia per diffusione della malattia in termini assoluti; di queste, oltre 180.000, ovvero 1 su 3, risiede nell’area metropolitana di Milano



Presentati i dati dell’analisi preliminare del progetto internazionale Cities Changing Diabetes per Milano, volto a studiare il legame fra il diabete e la città e a promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia nella metropoli

Per i milanesi la salute è al primo posto tra i temi di interesse, ma nonostante ciò il livello di soddisfazione per le politiche in tema di salute è molto basso

É la Lombardia la regione con il maggior numero assoluto di persone con diabete in Italia: vi risiedono, infatti, circa 550.000 delle 4 milioni stimate nel nostro Paese e di queste, 1 su 3 vive a Milano. Secondo i dati elaborati dall’ATS Città Metropolitana di Milano, nel capoluogo lombardo sono infatti oltre 180.000 le persone con diabete noto e circa 60.000 le persone che non sanno di averlo. Questi sono alcuni dati raccolti nell’Atlas di Milano, presentato oggi a Palazzo Lombardia e realizzato nell’ambito del progetto internazionale Cities Changing Diabetes, promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. 

I dati ISTAT indicano che oggi nell’area metropolitana di Milano risiedono 3,2 milioni di abitanti, una cifra significativa per livelli di urbanizzazione, che la pone tra le prime aree metropolitane in Europa e seconda in Italia dopo Roma. Un forte contesto di urbanizzazione che dagli anni ‘60 ad oggi è più che raddoppiato e che costituisce circa il 32 per cento della popolazione della Regione Lombardia, senza considerare l’alto tasso di popolazione non residente ma che svolge attività lavorativa nell’area della città di Milano.

“Oggi, più del 50 per cento della popolazione mondiale vive nelle città e se consideriamo che il 65 per cento delle persone con diabete vive in aree urbane, è chiaro che la città è un punto determinante per contrastare la crescita del diabete“, dice Andrea Lenzi, Presidente dell’Health City Institute e dell’Italian Cities Changing Diabetes, che aggiunge “Come già avvenuto per Roma, coinvolta nel progetto nel 2018, in questo ATLAS viene realizzata una prima mappatura dei dati quantitativi demografici, clinico- epidemiologici e sulla percezione della salute nell’area di Milano Città Metropolitana, allo scopo di analizzarli e di capire sempre meglio come sia possibile ridurre o meglio rallentare la crescita nell’incidenza del diabete e migliorare la qualità di vita delle persone che ne sono malate. L’analisi delle possibili differenze tra le persone con diabete che vivono in un’area metropolitana può aiutarci, ad esempio, a comprendere la variabilità tra le diverse zone, in termini di outcome clinici”.

“È un fatto noto che l’incremento della prevalenza del diabete sia dovuto a vari fattori quali invecchiamento e obesità, due elementi in continuo aumento. Anche fattori sociali come livello di istruzione, accesso alle cure, risorse disponibili incidono fortemente sull’incremento del diabete. Infatti, come già osservato a Roma, anche all’interno dell’area metropolitana di Milano c’è una forte discrepanza tra centro e periferia in termini di reddito, percentuale di migranti, qualità di vita, alimentazione, sedentarietà e titolo di studio. Allo stesso modo, la prevalenza di diabete non è distribuita in maniera uniforme: si va da un valore del 5,30 per cento nella ASST Città di Milano fino ad un valore massimo di 6,35 per cento nel territorio dell’ASST Nord Milano”, dichiara Livio Luzi, Presidente del Comitato Scientifico di Milano Cities Changing Diabetes.

“Da una recente indagine svolta dall’istituto di ricerca Medi-Pragma emerge che la salute è il tema che sembra stare maggiormente a cuore ai cittadini milanesi, ma solo 1 su 3 si ritiene soddisfatto delle politiche per la salute, assegnando punteggi bassi sia per quanto riguarda i servizi sanitari sia per le attività svolte per migliorare le condizioni sociali, politiche, economiche e di salute della popolazione metropolitana. L’insoddisfazione sembra essere riconducibile da una parte ad un elevato livello di aspettative sulla tipologia e qualità di servizi resi ai cittadini e dall’altra ad una ridotta valorizzazione e comunicazione della, in realtà, ampia offerta di servizi e opportunità messa già a disposizione della comunità”, afferma Michele Carruba, Presidente del Comitato Esecutivo di Milano Cities Changing Diabetes.

“È necessario che i policy maker siano sempre più sensibili al tema della salute nella città per individuare le politiche di prevenzione più opportune e migliorare la rete di assistenza. L’Atlas fornisce un’utile mappatura dello stato di salute attuale dei cittadini di Milano grazie alla partecipazione dei diversi partner territoriali. Su questi dati è possibile costruire un servizio di prevenzione e cura ancora migliore, evitare gli sprechi e concentrarsi in modo efficace sui bisogni reali dei cittadini. Quando un amministratore pubblico lavora su dati certi con competenza e in dialogo con gli specialisti, i risultati arrivano”, dichiara Giuseppe Sala, Sindaco di Milano.

“Tra le priorità di Regione Lombardia, con il varo della legge 23 di riordino del Sistema Sanitario Regionale, c’è la concreta attenzione proprio alle attività di prevenzione insite anche nei sani stili di vita che i cittadini delle metropoli devono poter praticare in un adeguato contesto urbano. L’Urban health, ovvero la salute nelle città, deve guidare la Città di Milano verso il suo adeguamento alle reali e nuove necessità della popolazione: ancora prima che un paziente giunga alla corretta prevenzione diagnostica sanitaria, alla necessaria assistenza medico-ospedaliera o, ancora, alla terapia e alla cura, deve essere messo nelle condizioni di poter usufruire di precisi modelli urbanistici al fine di poter essere incoraggiato e favorito nella pratica di corretti stili di vita”, afferma Giulio Gallera, Assessore al Welfare di Regione Lombardia.

“Le diseguaglianze di salute, ancora presenti nel nostro contesto metropolitano, le cui evidenze sono messe in luce in questa pubblicazione, ci spronano a proseguire e migliorare le nostre azioni a partire dalla necessità di interventi di informazione e di prevenzione rivolti alle categorie più fragili. Penso in questo senso sia ai bambini residenti in zone più povere socialmente ed economicamente sia agli anziani che ancora faticano ad avere accesso continuativo ai percorsi diagnostico-terapeutici. Con la pubblicazione di questo documento, la Città di Milano attraverso l’Assessorato che rappresento, vuole cogliere fino in fondo l’opportunità data dall’adesione alla rete internazionale “Cities Changing Diabetes”, costruendo un programma di azioni che possa accompagnare lo sviluppo economico e urbanistico del territorio, con interventi specifici tesi a promuovere la salute e il benessere per tutti e tutte, contrastando la disomogeneità dei risultati relativi allo stato di salute e scommettendo sulla prevenzione”, dice Gabriele Rabaiotti, Assessore Politiche sociali e abitative Comune di Milano.

Come per Roma, il progetto Milano Cities Changing diabetes è coordinato dall’Health City Institute in collaborazione con il Ministero della Salute, l’ANCI, la Rete Città Sane dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Istituto Superiore di Sanità, l’ISTAT, la Fondazione CENSIS e CORESEARCH. Con questo progetto, Milano viene inserita in un ampio network di metropoli; ad oggi 22 città in cinque continenti nel mondo hanno aderito al programma: Nord America (Città del Messico, Mérida, Houston, Vancouver), Europa (Copenaghen, Leicester, Madrid, Manchester, Milano, Roma), Asia (Beirut, Beijing, Koriyama, Tianjin, Seoul, Shanghai, Hangzhou, Xiamen, Jakarta), Sud America (Buenos Aires) e Africa (Johannesburg), città impegnate a studiare l’impatto della crescente urbanizzazione sul diabete e sull’obesità.

Etichette:

Al via il Mese della Prevenzione della Maculopatia e Retinopatia senile


Contro la Maculopatia Senile la cura migliore è la prevenzione e il Centro Ambrosiano Oftalmico (CAMO), in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele di Milano e ASST H Fatebenefratelli-Sacco di Milano, promuove dal 23 gennaio al 28 febbraio 2020 la Campagna di Prevenzione della Maculopatia e Retinopatia senile - presentata durante la conferenza stampa svoltasi presso l'Hotel Principe di Savoia a Milano, alla presenza del Professor Francesco Bandello, Direttore della Clinica Oculistica dell'Università Vita-Salute, H San Raffaele, Milano, del Dottor Lucio Buratto, Direttore scientifco Centro Ambrosiano Oftalmico - CAMO, Milano, del Professor Giovanni Staurenghi, Direttore Struttura Complessa di Oculistica. H Fatebenefratelli-Sacco, Milano -. 
Anche quest’anno è iniziato il Mese della Prevenzione durante il quale i migliori specialisti oculisti sono a disposizione gratuitamente in decine di centri d’eccellenza ospedalieri, universitari e privati, sparsi su tutto il territorio per fornire una visita accurata e le indicazioni terapeutiche necessarie. Una iniziativa di grande impegno sociale e medico che si ripete ogni anno, che ha ormai realizzato un grande screening su migliaia di pazienti e che proprio per l’alta missione sociale esercitata ha il patrocinio del Ministero della salute e della Società Oftalmologica Italiana e di IAPB Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità.


Partendo dalla certezza che la miglior cura è sempre la prevenzione quest’anno sono 26 i Centri in 13 regioni in cui si potrà effettuare un esame gratuito volto alla rilevazione di queste due invalidanti patologie che, se non diagnosticate per tempo, possono portare alla cecità. Gli screening saranno effettuati da equipe medico-infermieristiche altamente qualificate e dotate delle attrezzature più all’avanguardia. La degenerazione maculare senile, legata all’invecchiamento della retina, colpisce in Italia oltre un milione di persone, soprattutto dopo i 65 anni, ma i numeri sono in crescita proprio perché sta aumentando la popolazione anziana potenzialmente candidata alla malattia. L’aspettativa di vita è in aumento nel mondo, ma vivere più a lungo è un premio senza valore se la qualità della vita è compromessa da cattive condizioni di salute e dalla perdita di autonomia, come quando si perde la capacità di vedere. Investire negli screening e in efficaci terapie per mantenere e migliorare le funzionalità dell’individuo è di cruciale importanza. “Questa è la linea da seguire e lo scopo e finalità del nostro impegno - afferma il dottor Lucio Buratto, Direttore Scientifico del CAMO. -“



“Queste campagne di prevenzione - spiega il Professor Francesco Bandello, Direttore della Clinica Oculistica dell’Università Vita-Salute del San Raffaele, che insieme al dottor Buratto collabora a queste iniziative - oltre a dare ai pazienti un’informazione esauriente, promuovono e accelerano l’iter diagnostico. Arrivare rapidamente alla diagnosi nelle malattie croniche degenerative oculistiche è il passo più importante. E questo passo è facile da compiersi perché consiste in un esame non invasivo (l’OCT), che è una specie di tac della retina, indolore e che dura pochi attimi. Favorire l’accesso alle terapie al fine di prevenire la cecità e limitare per quanto possibile il trauma della disabilità visiva è tra gli obiettivi degli screening realizzati nei Mese della Prevenzione. Non va dimenticato che la DMLE compromette la qualità della vita, limitandone l’autonomia di movimento e con i disagi propri di una vista gravemente difettosa”.


La ricerca scientifica da anni sta studiando i mezzi più efficaci per curare la maculopatia senile. Come è noto vi sono due forme di questa patologia: una cosiddetta secca che ha una progressione lenta ma inarrestabile. Diversa la forma cosiddetta umida ( o essudativa) che ha una minor frequenza (circa il 20% dei casi) e contro la quale la ricerca ha raggiunto obiettivi terapeutici efficaci. La forma umida è causata da vasi sanguigni anomali prodotti dalla molecola VEGF cioè Fattore di crescita vascolare, che compromettono la funzione visiva della retina. Il gold standard terapeutico per la malattia nella sua forma umida è rappresentato da un trattamento continuativo a base di iniezioni intravitreali di farmaci anti-VEGF, una classe di molecole che agisce inibendo la proliferazione dei nuovi vasi sanguigni all’interno della retina e arginando la perdita di fluido retinico.

Esistono diverse classi e generazioni di farmaci, alcuni sono stati sintetizzati oltre 10 anni fa e altre sono molecole sviluppate in tempi recenti. Le ultime conquiste che hanno anche già ottenuto l’approvazione della Agenzia del farmaco americana, dimostrano una maggior durata d’azione nel controllare e inibile il fluido retinico. “Questo significa - precisa il professor Giovanni Staurenghi, Direttore Struttura Complessa di Oculistica dell’ospedale Fatebenefratelli- Sacco di Milano che l’intervallo tra una iniezione intravitreale e l’altra potrebbe allungarsi e garantire, a parità di risultato, un numero inferiore di iniezioni annuali. Inoltre la riduzione delle somministrazioni renderebbe più facile per il paziente aderire alla prescrizione del medico e, per il medico e le strutture sanitarie, gestire un alto numero di pazienti -”. 

Un nuovo farmaco
La Food and Drug Administration (FDA), l'Ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici ha recentemente approvato l’utilizzo di brolucizumab) per la cura della Maculopatia senile essudativa (DMLE). Il 16 Dicembre 2019 anche Il Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP) dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) ha dato parere positivo all'approvazione di brolucizumab per il trattamento della degenerazione maculare senile essudativa (DMLE). E’ un farmaco che va a colpire tutte le isoforme di VEGF-A. Ha il vantaggio, rispetto agli altri farmaci, di essere una molecola piccola che penetra molto bene all’interno della retina. Scompare subito dalla circolazione sanguigna, riducendo così il rischio di effetti collaterali sistemici. Il farmaco offre maggiore risoluzione del fluido rispetto ad aflibercept e la capacità di trattare i pazienti con AMD essudativa con un intervallo di tre mesi da una dose all’altra, dopo le prime dosi di carico, senza compromissione di efficacia. La degenerazione maculare senile di tipo essudativo (AMD) è una malattia degenerativa cronica della vista, causata da un eccesso di VEGF, una proteina che favorisce la crescita di vasi sanguigni anomali sotto la macula (l’area della retina responsabile di una nitida visione centrale). Il fluido che fuoriesce da questi vasi sanguigni anomali altera la normale struttura retinica danneggiando la macula. La molecola brolucizumab è stata ingegnerizzata per ottenere una più alta concentrazione di farmaco, fornendo un maggior numero di siti di legame attivi rispetto ad altri anti-VEGF. Inibendo il VEGF, brolucizumab sopprime la crescita di vasi sanguigni anomali e la potenziale fuoriuscita di liquido nella retina.

Ecco l’elenco dei Centri di eccellenza distribuiti in 13 regioni del territorio nazionale dove poter fare questo importante esame ‘salvavista’ in maniera del tutto gratuita, effettuato da team di professionisti e con strumenti diagnostici all’avanguardia:

Alessandria - Ospedale Civile S. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo - Via Venezia 16
Arezzo - Divisione Oculistica Ospedale di Arezzo - Via Pietro Nenni 20
Cagliari - Ospedale San Giovanni Di Dio Clinica Oculistica - Via Ospedale, 46
Catania - Clinica Oculistica Università di Catania Policlinico Rodolico - Via Santa Sofia 78
Catanzaro - Università Magna Grecia, U.O. di Oculistica - Viale Europa, Loc. Germaneto
Chieti/Pescara - Clinica Oftalmologica Università “G. d’Annunzio” - Via dei Vestini
Eboli - Presidio Ospedaliero “Maria SS Addolorata” - Piazza Scuola Medica Salernitana
Firenze - Clinica Oculistica Università di Firenze - Largo Brambilla, 3
Genova - Clinica Oculistica Di.N.O.G.Mi. Università di Genova, Ospedale Policlinico San Martino - Viale Benedetto XV 5
Lecce - Ospedale Vto Fazio - Piazzetta Muratore
Legnano - Unità Operativa Oculistica di Legnano - Azienda Socio Sanitaria Territoriale (ASST) Ovest Milanese - Via Papa Giovanni Paolo II C.P. 3 –
Milano - Centro Ambrosiano Oftalmico – Piazza della Repubblica 21
Milano - Unità Operativa di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele e Università Vita-Salute Via Olgettina 60
Milano - Neovision Cliniche Oculistiche - Corso Vercelli 40 - Via Procaccini 1 - Viale Restelli 1
Milano - Clinica Oculistica Universitaria ASST Ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano
Moncalieri (Torino) - Ospedale Santa Croce di Moncalieri - Piazza Amedeo Ferdinando 3
Napoli - U.O.C. di Oculistica, A.O.R.N. dei Colli Ospedale Monaldi - Via L. Bianchi
Napoli - A.O.R.N. A. Cardarelli - Via Cardarelli 19
Padova - Villa Maria - Via delle Melette 2
Roma - Fondazione G. B. Bietti per l’Oftalmologia Roma - Via Livenza 3
Siena - Clinica Oculistica Università di Siena Policlinico Santa Maria alle Scotte - Viale Bracci
Trani - ASLBAT AZIENDA OSPEDALIERA LOCALE “S. Nicola Pellegrino” Viale Padre Pio  
Treviso - (Villorba) - Centro di Medicina - Viale della Repubblica 10B
Varese - Clinica Oculistica e Scuola di specializzazione in Oftalmologia dell'Università dell'Insubria di Varese e Como - Viale Borri, 57

Per aderire alla Campagna consultare il sito: www.curagliocchi.it

Etichette:

lunedì 20 gennaio 2020

Dimostrata l'associazione tra stress da lavoro e malattie cardiache


Lo stress da lavoro fa male al cuore. Dimostrata per la prima volta l'associazione tra burnout, la sindrome dello stress da lavoro, e patologie cardiache.

Alcuni ricercatori hanno individuato frequenti disturbi del ritmo cardiaco potenzialmente mortali come conseguenze dello stress sul lavoro prolungato e continuativo.    Per la prima volta è stata osservata, documentata e analizzata l'associazione tra burnout, la sindrome dello stress da lavoro, e patologie cardiache, in particolare un aumento del 20% del rischio di fibrillazione atriale.

L'argomento è al centro dello studio americano, pubblicato dall'European Society of Cardiology (Esc), condotto su 11 mila soggetti a rischio per 25 anni. I ricercatori hanno individuato frequenti disturbi del ritmo cardiaco potenzialmente mortali, come aritmie, ictus e infarto come conseguenze dello stress sul lavoro prolungato e continuativo. Lo stress quindi può avere serie conseguenze non solo di natura psichica ma anche fisica.

Turni massacranti, eccessivo carico di lavoro, carenza di personale sono tra i fattori principali del burnout, che in alcuni casi ha condotto anche ad alcolismo, depressione e persino al suicidio. La sindrome colpisce più spesso le persone che lavorano nelle professioni di aiuto, come i medici e gli operatori sanitari (ma anche insegnanti, avvocati o poliziotti). I primi segnali della sindrome sono depersonalizzazione, stanchezza cronica, ridotta produttività, cinismo e sensazione di perdita di significato della propria attività.


Etichette:

venerdì 10 gennaio 2020

Quali sono i rumori più odiati dal nostro cervello?


Gli esperti di Starkey Hearing Technologies, azienda leader a livello globale nel settore delle protesi acustiche di alta qualità, spiegano quali sono i rumori più odiati dal nostro cervello. 


L’udito umano è spesso messo a dura prova, anche quando si è ancora nell’utero materno. Tra inquinamento acustico delle città, concerti, strumenti meccanici e tanto altro ancora, restare sotto la soglia degli 85 decibel suggeriti per non stressare troppo il nostro apparato uditivo risulta davvero difficile.

L’udito umano è spesso messo a dura prova, anche quando si è ancora nell’utero materno. Tra inquinamento acustico delle città, concerti, strumenti meccanici e tanto altro ancora, restare sotto la soglia degli 85 decibel suggeriti per non stressare troppo il nostro apparato uditivo risulta davvero difficile. Lo sanno bene anche gli esperti di Starkey Hearing Technologies, leader mondiale nella produzione e nella distribuzione di protesi acustiche di alta qualità e azienda impegnata da sempre anche in attività di informazione e sensibilizzazione sul tema della salute uditiva: l’obiettivo dell’azienda è quello di aiutare le persone a prendersi cura del proprio udito al meglio, evitando di esporsi a rumori e situazioni che potrebbero danneggiarlo, anche in modo permanente.

Nonostante l’orecchio umano possa sopportare rumori anche violenti, a detta degli esperti di Starkey ve ne sono alcuni che il nostro cervello odia particolarmente. Lo conferma anche uno studio condotto presso la Newcastle University e pubblicato sul Journal of Neuroscience, che dimostra come alcuni suoni siano particolarmente molesti per il nostro sistema neurologico. In cima alla classifica: il rumore di una lama di coltello passata su una bottiglia, seguita dai rebbi della forchetta fatti scorrere su una superficie di vetro. Non mancano poi i classici, come il gesso o le unghie che stridono sulla lavagna, il trapano elettrico e i freni di una moto che stridono. Mal sopportati sono anche suoni provenienti dallo stesso corpo umano, tra cui in primis le urla femminili e il pianto dei neonati.

Principale responsabile dell’avversione a questi rumori sarebbe l’amigdala, l’area del cervello che controlla le emozioni e che ha anche il compito di elaborare i suoni provenienti dalla corteccia uditiva. Nel momento in cui uno stimolo sonoro viene percepito, quindi, l’amigdala suscita le reazioni comportamentali adeguate.


Lo studio dell’Università di Newcastle, come confermano anche da Starkey, a dispetto dell’apparente leggerezza dell’argomento, potrà costituire un importante punto di partenza non solo per nuove indagini sul ruolo dell’amigdala ma anche per cercare le cause (e le relative cure) di disturbi come iperacusia, misofonia e autismo



Etichette:

mercoledì 8 gennaio 2020

Possibile allattare dopo un tumore al seno?


Allattare al seno dopo un trattamento per tumore mammario non solo è possibile, ma dovrebbe essere promosso da tutti i ginecologi e specialisti.


Il tumore al seno è una delle malattie oncologiche più diffuse tra le donne [1]. Tante pazienti, dopo la terapia, se in attesa di un figlio, sono assalite da dubbi e incertezze sulla possibilità di allattare normalmente il proprio bimbo. A tal proposito è bene sapere che allattare al seno dopo aver subito un trattamento per tumore mammario non solo è possibile, ma dovrebbe essere promosso da tutti i ginecologi e specialisti.



Il cancro mammario si origina dalla produzione incontrollata di alcune cellule ghiandolari mammarie, ed è un tipo di neoplasia estremamente grave se la diagnosi viene fatta tardi. Alcune condizioni nella donna sono considerate fattori di rischio associati all'insorgenza di questa tipologia di tumore e sono: 



• familiarità;
• prima mestruazione sotto i 12 anni;
• menopausa dopo i 50 anni;
• non aver avuto figli;
• aver avuto il primo figlio dopo i 30 anni [1]. 

La familiarità, ossia aver avuto altri casi in famiglia, può essere una delle cause dell'insorgenza del tumore alla mammella. Le alterazioni ai geni BRCA1 e BRCA2 sono responsabili del 50% dei casi di forme ereditarie di cancro mammario [1].

In Italia le stime riportano che il cancro al seno colpisce le donne fino a 49 anni di età nel 41% dei casi, quelle di età compresa tra 50 e 60 anni nel 35% dei casi, e nel 22% dei casi le over 70. Nonostante il tasso di incidenza sia in aumento, quello di mortalità è in diminuzione grazie alla diffusione dei programmi di screening per la diagnosi precoce e ai progressi ottenuti in campo terapeutico. In Italia la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di un tumore mammario è dell'87% [2].

Aver avuto un tumore al seno non inficia la possibilità di allattare, infatti, per questo basta anche una sola mammella. Dopo un'operazione chirurgica, il seno operato produce meno latte, tuttavia consente l'allattamento del bimbo, considerando anche il tipo di chirurgia e di terapia subite. Ѐ importante che la donna che sta allattando adotti dei piccoli accorgimenti, come il drenaggio della mammella, prima di sottoporsi alle ecografie di routine [3]. Si precisa, inoltre, che non è stato dimostrato un passaggio di cellule tumorali dalla madre al lattante tramite la suzione del latte [3].

Una donna che si è ammalata di tumore al seno e che successivamente ha avuto un figlio dovrebbe essere monitorata per ottenere un'adeguata stimolazione e lo svuotamento di uno o di entrambi i seni. Una soluzione potrebbe essere quella di cambiare posizione al neonato per aiutarlo a trovare l'attacco migliore per lui e rendere più facile l'allattamento [3]. 

Per conoscere il rischio di tumore al seno connesso alla propria condizione genetica, una donna può sottoporsi a un test di screening genetico. Il test Sorgente BRCA è un test di screening di ultima generazione che consente di rilevare le alterazioni ai geni BRCA1 e BRCA2, connessi all'insorgenza di tumori mammari e di tumori ovarici nel 5-10% dei casi. Per eseguire il test occorre un prelievo ematico, ed è raccomandato soprattutto alle donne con familiarità alla malattia. Il test Sorgente BRCA fornisce risultati utili a intraprendere percorsi di prevenzione personalizzati e mirati. 

Per maggiori informazioni: www.brcasorgente.it



Fonti: 


1. Fondazione Veronesi - www.fondazioneveronesi.it 


2. AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) - https://www.aiom.it/wp-content/uploads/2018/11/2018_LG_AIOM_Mammella.pdf 


3. Allattamento al seno dopo neoplasia mammaria: una scelta possibile – F. A. Peccatori, G. Bellettini - http://win.mnlpublimed.com/public/0818A03.pdf 



Etichette:

martedì 24 dicembre 2019

Respirare la foresta: come varia e come prevedere la concentrazione di olii essenziali


Uno studio sulla concentrazione dei composti bioattivi presenti nell’aria forestale emessi dalle piante e dal suolo, per beneficiarne al meglio, è stato condotto da un team dell’Istituto per la bioeconomia (Cnr-Ibe) insieme al Consorzio Lamma e al Club alpino italiano. Lo studio è stato pubblicato su International Journal of Environmental Research and Public Health

I composti organici volatili biogenici – gli oli essenziali emessi dalle piante e dal suolo – sono tra i principali elementi che concorrono a rendere l’ambiente forestale benefico per la salute delle persone, come dimostrato da numerosi studi scientifici che hanno esaminato la risposta fisiologica e psicologica a seguito dell'inalazione delle sostanze volatili aromatiche presenti nelle foreste. Non tutti i siti e i percorsi forestali, né tutte le stagioni o momenti della giornata sono però uguali, anzi le concentrazioni di questi composti cambiano nel tempo e nello spazio molto più rapidamente di quanto ritenuto finora. Tali concentrazioni sono tuttavia in gran parte prevedibili, consentendo di scegliere le situazioni migliori per sfruttare gli effetti benefici di tale ambiente.

È quanto emerge da uno studio coordinato da ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche – HCT-Agrifood Laboratory dell’Istituto per la bioeconomia (Cnr-Ibe) – in collaborazione con il Club alpino italiano (Cai) e con il Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale per lo sviluppo sostenibile (Consorzio Lamma costituito tra Cnr e Regione Toscana). La ricerca, dal titolo ‘Temporal and spatial variability of volatile organic compounds in the forest atmosphere’, è stata pubblicata dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health (IJERPH).


“L’interesse per le conifere e la loro valorizzazione del nostro laboratorio ci ha indirizzati verso lo studio delle proprietà trasferite da queste piante nell’atmosfera, oggetto tra l’altro della Terapia forestale, pratica che, sotto assistenza psicologica e medica, in paesi come Giappone e Corea è sostenuta dai servizi sanitari con risultati in termini psico-fisiologici riportati da una crescente produzione scientifica. Il nostro studio potrebbe quindi rendere più efficaci queste pratiche emergenti”, dichiara Federica Zabini di Cnr-Ibe, ideatrice della ricerca.


“Finora, infatti, nessuno ha pensato a ottimizzare questa pratica in funzione delle proprietà dell’atmosfera forestale. Un anno fa abbiamo cominciato a testare le proprietà bioattive degli aghi di abete bianco, ottenendo mediante cavitazione idrodinamica un estratto con proprietà antiossidanti significative”. “Armati di zaino, scarponi e di un ‘naso elettronico’, da agosto a ottobre di quest’anno abbiamo percorso strade forestali e sentieri del Cai sull’Appennino Tosco-Emiliano, in particolare tra la Foresta del Teso in provincia di Pistoia e l’Abetina Reale in provincia di Reggio Emilia. Abbiamo così scoperto che la concentrazione dei composti organici volatili emessi da piante e suolo cambiava radicalmente nel giro di meno di un’ora e di poche centinaia di metri”, prosegue Francesco Meneguzzo, ricercatore di Cnr-Ibe e membro del Comitato scientifico toscano ‘Fiorenzo Gei’ del Club alpino italiano, per il quale sta conducendo il progetto Riforest.


“Secondo le evidenze emerse incrociando i dati biochimici raccolti in foresta con i dati meteorologici, emerge che gli orari migliori per cogliere gli effetti benefici della foresta sono il primo mattino e le ore dopo mezzogiorno, in giornate soleggiate e con vento debole. E che in montagna le foreste di conifere sono più efficienti di quelle costituite da solo faggio”. “Occorreranno altri studi prima di poter costruire un modello generale per la selezione ottimale di siti, percorsi, stagioni e orari, dettagliando la composizione dei composti bioattivi presenti nell’aria forestale e correlandoli ai rispettivi effetti già verificati sulla salute delle persone. Il nostro studio offre però una metodologia innovativa e ampiamente applicabile, oltre che i primi risultati”, conclude Lorenzo Albanese, sempre dello stesso Istituto.


Un recente studio pubblicato su Nature valuta in almeno l’8% del Pil mondiale il valore economico delle aree protette, considerando soltanto gli effetti sulla salute mentale dei visitatori.


Etichette: , ,

venerdì 20 dicembre 2019

Telethon: in 3mila piazze i cuori di cioccolato per sostenere la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare



Iris nasce con una malattia che costringe a una vita in carrozzina. Oggi, grazie al lavoro di tanti scienziati, il suo futuro può essere diverso


Anche Sabato 21 e domenica 22 dicembre in più di 3.000 piazze in Italia sarà possibile ricevere il Cuore di cioccolato di Fondazione Telethon per supportare la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare


Cerca la  piazza più vicina a te 

Il Cuore di cioccolato, disponibile nella versione fondente, al latte, e al latte con granella di biscotto e prodotto da Caffarel in esclusiva per Telethon, è un omaggio distribuito in tutte le province d’Italia dai volontari di Fondazione Telethon e UILDM, e di Avis, Anffas, Azione Cattolica e UNPLI, come ringraziamento per una donazione minima di 12 euro. Quest’anno inoltre sarà possibile richiedere anche la confezione regalo da nove cuoricini di cioccolato fondente, distribuita nelle piazze con una donazione di 5 euro.
Gli hashtag della campagna saranno #presente, per far sentire la propria vicinanza anche sui social network ai pazienti e alle loro famiglie, e #contuttoilcuore, come le donazioni con cui gli italiani ogni anno dimostrano il loro grande impegno solidale.

Sul sito www.telethon.it sarà presente l’elenco dei punti di raccolta dove sarà possibile richiedere il prodotto. Per coloro che non potranno recarsi nelle piazze ma vogliono comunque sostenere la ricerca, è possibile richiedere il Cuore di cioccolato direttamente sul sito internet di Fondazione Telethon, nella sezione shop.telethon.it.
È possibile inoltre partecipare in prima persona alla campagna come volontario nelle piazze italiane e aiutare a distribuire i Cuori di cioccolato, telefonando al numero 06.44015758 oppure scrivendo una mail all’indirizzo volontari@telethon.it.

I Cuori di cioccolato sono prodotti in esclusiva per Fondazione Telethon dall’azienda torinese Caffarel che vanta una storia pluricentenaria nell’arte cioccolatiera, producendo cioccolato d’eccellenza con grande attenzione alla qualità degli ingredienti e alla selezione delle materie prime (senza glutine).
Ogni confezione sarà arricchita all’interno con una cartolina in cui si ringrazia con tutto il cuore e si fa riferimento ai 30 anni di attività di Fondazione Telethon. Inoltre, è presente un invito a compilare il form sul sito www.telethon.it/cuore per ricevere in omaggio un planner esclusivo da personalizzare per i propri momenti importanti.

La Maratona RAI

Con la maratona 2019 inizia la grande festa per i 30 anni di Fondazione Telethon, che dal 1990 lavora per dare risposte ai pazienti e ai loro familiari. Grazie a chi ha donato la sua fiducia, sono stati raggiunti risultati straordinari che stanno migliorando la vita e curando bambini di tutto il mondo con la terapia genica. Ma ancora tanti altri risultati arriveranno se tutti i sostenitori di Fondazione Telethon continueranno a far sentire la loro presenza con donazioni e azioni concrete per aiutare i ricercatori a sviluppare nuove cure per un numero sempre più alto di malattie genetiche.
La maratona Telethon proseguirà sulle tre reti Rai con un’ideale staffetta dei più importanti conduttori, fino a concludersi sabato 21 dicembre, con un’edizione serale speciale de “I soliti ignoti”. 
L’edizione 2018 della storica maratona sulle reti Rai ha permesso di raccogliere 31 milioni e 455.757 euro, che sono stati destinati a sostenere e finanziare la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare.

Il numero solidale: 45510

Dal 1° al 31 dicembre 2019 sarà attivo il numero solidale 45510.
Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, TIM, Vodafone, PosteMobile, iliad, Coop Voce e Tiscali.
Sarà possibile donare anche chiamando da telefono fisso TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb e Tiscali (5 e 10 euro); TWT, Convergenze, PosteMobile e Clouditalia (5 euro).
                                                                                                                  
Donazione con carta di credito NEXI

Dal 1° al 31 dicembre sarà attivo il Numero verde NEXI 800 11 33 77 per le donazioni con Carta di Credito.

I partner rispondono #presente

Anche quest’anno le aziende partner sono al fianco di Fondazione Telethon nel sostegno alla migliore ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare, con BNL Gruppo BNP Paribas, presente ogni giorno da oltre 28 anni insieme alle Società del Gruppo.
Anche AEFI Associazione Esposizioni e Fiere ItalianeAZBofrostCNH IndustrialDHLEsselungaFerrarelleFindomesticFIT Federazione Italiana TabaccaiFPT IndustrialItaloIvecoLottomatica Italia Servizi attraverso la sua controllata LISIP Istituto di Pagamento, MarionnaudMercato CentraleOral-BSEA aeroporti di MilanoSofidel e Telesia rispondono #presente e scendono in campo con diverse iniziative di raccolta fondi a favore della Fondazione, per dare il proprio contributo alla ricerca.


“Comuni del Cuore”, anche le Pubbliche Amministrazioni potranno sostenere Fondazione Telethon

Le Pubbliche Amministrazioni italiane sono sempre state al fianco di Fondazione Telethon per sostenere la migliore ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare. In questi giorni è partito il reclutamento dei Comuni del Cuore, un progetto che mira a coinvolgere le amministrazioni pubbliche nello sviluppo di alcune iniziative di sensibilizzazione e raccolta fondi per entrare a far parte dell’albo dei Comuni del Cuore
Ogni Comune potrà sostenere la Fondazione principalmente in quattro modi: organizzando un banchetto di raccolta fondi per la distribuzione dei Cuori di cioccolato il 15, 16 e\o 22 dicembre nelle piazze; organizzando un evento\banchetto di raccolta fondi in un altro momento dell’anno; distribuendo i prodotti solidali all’interno del Comune o utilizzandoli come regalo per i dipendenti; con una donazione tramite delibera della giunta comunale.
I comuni riceveranno quindi il logo “I Comuni del Cuore” da pubblicare sul proprio sito per testimoniare la vicinanza al mondo della ricerca Telethon e l’iscrizione all’albo “I Comuni del Cuore” con lo stemma del proprio Comune e il link diretto al sito web di riferimento, consultabile all’indirizzo www.telethon.it/partecipa/comuni-del-cuore/lalbo-dei-comuni/.
Per inviare il modulo di adesione o per richiedere ulteriori informazioni è possibile inviare una email a entipubblici@telethon.it o segreteriaorg.telethon@legalmail.it oppure telefonare al numero 06 44015783.

Come continuare a sostenere Fondazione Telethon

È possibile sostenere Fondazione Telethon tutto l’anno attraverso il sito web con una donazione (https://www.telethon.it/sostienici/dona-ora/) o scegliendo un prodotto solidale (shop.telethon.it/), oppure sottoscrivendo il programma di donazione regolare Io adotto il Futuro (www.ioadottoilfuturo.it/).
  

Etichette: ,