giovedì 28 febbraio 2019

Lo stress in gravidanza influenza lo sviluppo del neonato: lo studio


Alti livelli di stress e infiammazione delle mamme in gravidanza, sono associati a risultati alterati nel neonato. Il lavoro dell’IRCCS Medea e dello University College di Londra pubblicato su Psychoneuroendocrinology.

Lo studio italo-britannico pubblicato su Psychoneuroendocrinology, ha indagato le conseguenze sul feto dello stress e dell’umore materno in gravidanza. Lo studio EDI (Effetti della Depressione sull’Infante), nato in collaborazione tra l’IRCCS Medea e il Research Department of Clinical Educational and Health Psychology dello University College di Londra, valuta gli effetti dello stress e dell’umore materno in gravidanza sullo sviluppo del bambino in un campione di 110 mamme e bambini sani reclutati negli ospedali Valduce di Como, Mandic di Merate, Fatebenefratelli di Erba e nel consultorio.

Negli ultimi anni un numero crescente di studi ha messo in luce un’associazione tra sintomi di stress, ansia e depressione in gravidanza e alterazioni a livello fisiologico e comportamentale nella prole sin dalla prima infanzia e più a lungo termine. Tuttavia i meccanismi attraverso i quali lo stress materno viene “comunicato” al feto, influenzandone lo sviluppo, sono ancora da chiarire.

“Il cortisolo, il più noto ormone dello stress, è stato finora il mediatore più studiato delle influenze dello stress materno sul feto; tuttavia vi è ragione di credere che altri meccanismi legati alla risposta allo stress e alla risposta infiammatoria possano essere implicati”, sottolinea il primo autore Sarah Nazzari, ricercatrice nell'ambito della Psicopatologia dello Sviluppo del Polo di Bosisio Parini dell’IRCCS Medea: “Il nostro studio ha valutato per la prima volta quanto avviene non solo a livello dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il cui principale marker è il cortisolo, ma anche nel sistema nervoso simpatico e nel sistema di risposta infiammatoria che si ritiene possano essere alterati in donne che sperimentano sintomi di stress e depressione in gravidanza”

Alle mamme, durante il 3° trimestre di gestazione, è stato chiesto di compilare due questionari per valutare la presenza di sintomi depressivi e ansiosi (Edinburgh Postnatal Depression Scale e State/Trait Anxiety Inventory) e di effettuare dei prelievi di sangue e di saliva al fine di misurare i livelli di alcuni markers infiammatori, come l’Interleuchina-6 e la proteina C reattiva, e di alcuni markers dei sistemi biologici di risposta allo stress, come il cortisolo e l’alfa amilase salivari. I bambini sono stati valutati tra le 48 e 72 ore dopo la nascita misurando la loro risposta comportamentale e fisiologica al test di screening, un piccolo prelievo di sangue dal tallone che viene effettuato di routine in ospedale dopo la nascita.

Lo studio ha evidenziato che alti livelli di cortisolo materno in gravidanza predicono un’alterata risposta allo stress nel neonato, ovvero una marcata reattività comportamentale e una ridotta reattività fisiologica al test di screening effettuato a poche ore dalla nascita. Inoltre, l’esposizione prenatale a livelli più elevati di Interleuchina-6 materna, uno specifico marker infiammatorio, è risultata associata ad una minore circonferenza cranica nel neonato mentre i livelli di alfa amilase sono risultati correlati al peso alla nascita.

La natura osservativa di questi dati non consente inferenze causali, tuttavia i risultati dello studio suggeriscono che alterazioni nei livelli fisiologici di stress durante la gravidanza possano influenzare la crescita e lo sviluppo del feto con potenziali rischi a lungo termine. 

Quello che vogliamo valutare ora è se le alterazioni riscontrate alla nascita si mantengano nel corso dei primi anni di vita e come l’ambiente nel quale il bambino si trova a crescere e, in particolare, la qualità della relazione che si instaura con la mamma, possa moderare l’impatto dei fattori di rischio prenatali. Il fine ultimo sarà quello di mettere a punto strategie di prevenzione e intervento tempestivi che aiutino mamme e bambini ad iniziare al meglio la loro vita insieme”.

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sabato 23 febbraio 2019

Apo A1-Milano: un arma contro le malattie cardiovascolari. Sapete cos'è?


Cos’è l’Apolipoproteina A-1 Milano? 

La storia dell’apolipoproteina A-1 Milano ha inizio nel 1979 a Milano, col ricovero in ospedale di un impiegato delle ferrovie, originario di Limone sul Garda. I risultati degli esami sbalordiscono i medici: il paziente ha sia il colesterolo sia i trigliceridi con valori molto alti ma non mostra danni rilevanti alle arterie e al cuore. I medici decidono di indagare più a fondo e scoprono qualcosa di sorprendente nel sangue del paziente, di sua figlia e di suo padre: una proteina anomala, che i ricercatori battezzano A-1 Milano dandole, come di consuetudine, il nome della città in cui è stata scoperta. L'Apo A-1 è la principale componente delle lipoproteine ad alta densità (o HDL), cioè il cosiddetto colesterolo “buono”. L'apolipoproteina A-1 Milano è una mutazione naturale della proteina A-1, che si comporta in maniera anomala, ma benefica, risultando un’arma estremamente efficace contro arteriosclerosi e infarto. Per effetto di questa proteina i grassi sono “spazzati” a gran velocità dalle arterie e convogliati al fegato dove vengono eliminati.

 Gli studi proseguono sempre più intensamente: tutti gli abitanti del paese vengono sottoposti a prelievi del sangue e ad approfondite indagini ematiche. Viene così scoperto che un notevole numero di residenti è portatore del gene. Gli studi successivi mirano quindi a capire il motivo per cui questa mutazione sia avvenuta proprio a Limone, e a sviluppare eventuali usi in ambito medico. Ricercando negli archivi comunali e in quelli storici tenuti fino alla seconda metà dell’Ottocento dalla chiesa parrocchiale di San Benedetto, si riesce a individuare un comune denominatore tra tutti i portatori: la coppia Cristoforo Pomaroli e Rosa Giovanelli, sposatisi nella seconda metà del 1700, mentre la comparsa dell’apolipoproteina potrebbe risalire al 1644 o forse anche in epoca antecedente. Tra le principali cause della mutazione e della sua trasmissione, spiccano i numerosi matrimoni tra consanguinei, principalmente dovuti all’assenza di una strada che permettesse agevolmente di interfacciarsi con il resto del mondo. La costruzione della strada Gargnano – Riva, un vero capolavoro dell’ingegneria dell’epoca con le sue lunghe gallerie scavate nella roccia a pochi metri dal lago, avvenne, infatti, soltanto tra il 1929 e il 1931, aprendo il paese al mondo e al turismo. Negli anni successivi alla scoperta, gli studi di alcuni dei maggiori laboratori del nord d’Europa e degli Stati Uniti si concentrano su Limone. Tutto ciò solo grazie alla preziosa collaborazione degli abitanti, che si sono resi disponibili, sottoponendosi di buon grado a numerosi esami clinici, onorati di poter essere utili alla scienza.

È stato così possibile sintetizzare l’A-1 Milano, trasferendo in alcuni batteri la capacità di riprodurre la proteina. Agli inizi degli anni Novanta vengono condotti i primi importanti esperimenti sugli animali e i risultati sono estremamente positivi: iniettando la proteina clonata si osserva una notevole riduzione delle placche lungo le pareti delle arterie. Alla fine degli anni ‘90 le ricerche continuano, anche se con minor clamore, ma nel novembre 2003 un gruppo di ricercatori della Cleveland Clinic Foundation, guidati da Steven Nissen, riesce a produrre un farmaco sperimentale che viene somministrato a quarantasette soggetti affetti da gravi forme di arteriosclerosi: in sole sei settimane si ottiene una riduzione media del 4,2% della placca. I riflettori di tutto il mondo sono puntati su Limone: potrebbe trattarsi della scoperta più importante del decennio. La notizia che la sintesi in laboratorio della proteina potrebbe concretamente portare alla produzione di un farmaco in grado di curare le più gravi patologie cardiovascolari, riporta decine di giornalisti e troupe televisive per le stradine e gli stretti vicoli del paese. L’attenzione cresce ancora nel maggio 2004 quando Limone ospita, in un importante convegno scientifico internazionale, i maggiori esperti americani ed europei responsabili degli sviluppi nella cura delle malattie cardiovascolari attraverso l’apolipoproteina. La riunione è un’occasione per confrontarsi su questioni mediche, ma anche per discutere della particolare longevità degli abitanti del paese che, grazie alla sana alimentazione mediterranea (ricca di pesce di lago, olio e agrumi locali) e alle favorevoli e uniche condizioni climatiche (Limone, infatti, è il luogo più settentrionale dove vengono coltivati gli agrumi), hanno un’aspettativa di vita molto elevata. Questi doni, che sono stati per lungo tempo ben custoditi dai limonesi, vengono ora condivisi con i numerosi e spesso ignari turisti, che trascorrono sereni le loro vacanze in questa tranquilla destinazione turistica del lago di Garda “facendosi anche del bene”.

Le belle notizie intanto continuano: l’equipe medica del professor Sirtori, farmacologo milanese, ritornata nel paese per effettuare delle analisi sui nuovi nati, figli dei portatori del gene, riesce a individuare nel sangue di ben otto bambini la preziosa proteina. Il gruppo di fortunati portatori si allarga, protraendo così, per oltre 300 anni, l’affascinante storia dell’Elisir di lunga vita, mutazione che di generazione in generazione è riuscita a sopravvivere fino ai giorni nostri, dando speranza a tante persone affette da malattie cardiovascolari. Il paese di Limone, orgoglioso dell’attenzione riservatagli, decide di documentare questa straordinaria scoperta, lasciando un’indelebile testimonianza nel nuovo Centro di documentazione del turismo, inaugurato nell’ex palazzo municipale.

In seguito, il 26 maggio 2007, l’università Bocconi di Milano sceglie Limone come sede per la nona conferenza annuale della fondazione Rodolfo Debenedetti sul tema “Health, Longevity and Productivity”, si discute di qualità della vita, salute, scienza e società. La sperimentazione nel frattempo continua e la proteina torna ad essere al centro dell’interesse del mondo della medicina cardiovascolare nell’ottobre 2012 quando la Fondazione Carlo Sirtori di Milano organizza, proprio a Limone sul Garda, il congresso scientifico internazionale “Present status of HDL Therapy” al quale prendono parte i massimi esperti nel settore per discutere dello stato attuale della terapia con HDL. Durante il convegno viene annunciato che in pochi anni dovrebbe essere immesso sul mercato un nuovo farmaco per la cura delle malattie cardiovascolari, sintetizzato dall’apolipoproteina A1 – Milano, ricavata dalla proteina limonese. Siamo in attesa che tutto questo si trasformi presto in un nuovo traguardo della ricerca e tutte le persone affette da malattie cardiovascolari possano trarre beneficio e vivere a lungo in salute e, perché no, trascorrere le loro vacanze nell’oasi limonese, luogo d’origine dell’elisir di lunga vita.


Il prossimo 1 marzo 2019 sarà presentata la nuova equipe che seguirà gli sviluppi medici, genealogici e scientifici della popolazione di Limone sul Garda, per approfondire una delle più sensazionali scoperte scientifiche: l’apo A1-Milano, gene Limone.  Il 1° marzo 2019, alle ore 20.00 - presso il Centro Congressi “Daniele Comboni” - sarà presentata la nuova equipe di medici che si occuperà di seguire i Limonesi e i non Limonesi, portatori del primo mutante delle apolipoproteine umane (apo AI-Milano, gene Limone).

Ad oggi sono portatori certificati circa 40 abitanti di Limone sul Garda, oltre a 7-8 ex-Limonesi residenti in Italia o all’estero. Parteciperanno all’incontro il Prof. Cesare Sirtori, decano delle ricerche sull’apo AI-Milano e i membri della nuova equipe: i Professori Marcello Rattazzi e Nicola Ferri dell’Università di Padova, la Prof.ssa Laura Calabresi, il Dott. Massimiliano Ruscica e la Dott.ssa Chiara Pavanello, dell’Università di Milano. La nuova equipe ha obiettivi molto ambiziosi di indagine. Di recente l’apo AI-Milano si è dimostrata uno strumento di grande efficacia nel trattamento dello scompenso cardiaco, nei test su animali da laboratorio. Il Prof. De Gest, dell’Università di Lovanio, ha dimostrato che animali con scompenso cardiaco traggono grande beneficio da ripetute iniezioni del prodotto mutante. Si attendono dati clinici a supporto di questa possibile terapia, per la malattia del cuore a più alta crescita nel mondo. E’ stata scoperta anche la possibilità di somministrare l’apo AI-Milano in un latte geneticamente modificato, come dimostrato dal Prof. Giovannoni dell’Università di Pisa. Anche in questo caso in piccoli animali si è vista una forte riduzione delle placche di arteriosclerosi. Questo tipo di trattamento potrebbe ridurre il costo della terapia HDL, per ora ancora eccessivamente elevato.

La nuova equipe si propone di studiare, a distanza di tempo, quali siano state le effettive modificazioni cardiovascolari strutturali e funzionali verificatesi nella popolazione studiata in precedenza. I portatori saranno sottoposti a un nuovo studio cardiovascolare completo, comprendente l’analisi della funzione endoteliale, la determinazione del danno vascolare periferico (carotidi e arti inferiori) oltre allo studio della funzione cardiaca e degli apparati valvolari.

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martedì 19 febbraio 2019

Composti dannosi nelle confezioni dei fast food americani. E in Italia?


Sostanze chimiche pericolose negli imballaggi per fast food?

I ricercatori statunitensi hanno esaminato attentamente le confezioni delle catene di fast food e hanno esaminato i loro componenti chimici e i risultati non sono stati rassicuranti. Lo Sportello dei Diritti: "Si vigili sul territorio nazionale".

Il team di scienziati di Havard, guidati dalla dottoressa Laurel Schaider, ricercatrice scientifica presso il Silent Spring Institute negli Stati Uniti, hanno esaminato più di 400 campioni provenienti da 27 diversi fast food. Un terzo di tutti i materiali di imballaggio testati conteneva fluoro sotto forma di composti perfluorurati e polifluorurati (PFAS). I PFAS sono associati al cancro dei reni e alla prostata, colesterolo elevato, diminuzione della fertilità e altre malattie. Secondo lo studio le più significative concentrazioni sono state registrate nella carta utilizzata per il "confezionamento".

Studi precedenti hanno dimostrato che le sostanze contenenti fluoro possono passare dalla confezione al cibo e quindi entrare in contatto diretto con l'organismo e svilupparne l'effetto nocivo. Si stima, infatti, che ogni giorno in Italia diverse milioni di alimenti serviti nei fast food comprese le pizze, vengono preparati e trasportati in confezioni di cartone, che a norma di legge devono essere prodotte a base di cellulosa vergine. Sul tema, la nostra normativa è tra le più severe in Europa e vieta l’impiego di materiale riciclato e anche la presenza di scritte all’interno dei contenitori che trasportano questo tipo di alimenti. La necessità di questo genere di precauzioni scaturisce dall’esigenza di evitare qualsiasi contaminazione di un alimento come la pizza che per natura è umido e ricco di grassi e perciò in grado di estrarre dal cartone sostanze sgradite soprattutto quando viene inserita appena sfornata e quindi calda anche a 60/65°C e per diversi minuti. Tutte condizioni ideali a favorire la migrazione. Nel cartone riciclato, infatti, non è raro trovare tracce di piombo, ftalati e altre sostanze tossiche.

Alla luce di tale notizia, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” ritiene utile da parte delle autorità sanitarie ma anche dei NAS dei carabinieri, un’indagine a campione sul territorio al fine di verificare l’utilizzo corretto a campione di tutti i materiali di imballaggio utilizzato nei fast food. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environmental Science & Thechnology Letters.

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giovedì 14 febbraio 2019

Un premio per contrastare il bullismo: Bulls-NO!



Indetto un premio per valorizzare le buone prassi di contrasto del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo nelle scuole e nelle organizzazioni giovanili. Le domande si devono presentare entro il 30 maggio 2019.

Fondazione AiFOS: un premio per dire no al bullismo! 

 Un nuovo premio per valorizzare le buone prassi di contrasto del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo nelle scuole e nelle organizzazioni giovanili. Secondo alcuni dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) nel nostro Paese un ragazzino su due è vittima di episodi di bullismo. Inoltre l’età più a rischio risulta quella compresa tra gli 11 e i 17 anni e gli atti di prepotenza colpiscono in prevalenza le femmine rispetto ai maschi con differenze anche tra Nord e Sud Italia. Il fenomeno, infatti, è più diffuso nelle regioni settentrionali dove la media dei ragazzi colpiti raggiunge il 23% e supera il 57% se si considerano anche le azioni di bullismo sporadiche.

Di fronte a un’emergenza come questa, sono necessari nuovi strumenti che permettano di prevenire e contrastare il fenomeno del bullismo e il cyberbullismo che può avvenire attraverso la rete. Uno strumento idoneo di contrasto è la nuova prassi di riferimento UNI/PdR 42:2018, che si applica non solo a tutti gli istituti scolastici e formativi, ma anche alle varie attività assimilabili alla scuola (centri di formazione professionale, centri diurni, convitti, centri sportivi-ricreativi, centri giovanili, …).


Il lancio del premio “Bullis-NO!” 

Proprio per contrastare il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo nelle scuole e nelle organizzazioni giovanili, la Fondazione AiFOS – realtà filantropica fondata nel 2016 dalla società cooperativa Aifos Service e da AiFOS (Associazione Italiana Formatori ed Operatori della Sicurezza sul Lavoro) – indice, con la collaborazione di Bureau Veritas, il premio “Bullis-NO!”. Verrà premiata la migliore “buona prassi” di implementazione di un sistema di gestione contro il bullismo e/o il cyberbullismo, sviluppata all’interno di un’istituzione scolastica o di un’organizzazione rivolta ad utenti minorenni.

Infatti le principali “agenzie educative” sono le famiglie, le scuole e le altre organizzazioni rivolte ad utenti minorenni che sono chiamate a svolgere il loro compito formativo, individuando i rischi ai quali i minori sono esposti e mettendo in campo buone prassi che abbiano l’obiettivo di eliminarli e/o ridurli, mettendo in pratica il corretto agire per accrescere il livello di benessere di bambini e ragazzi. 
La prassi di riferimento UNI/PdR 42:2018 “Prevenzione e contrasto del bullismo - Linee guida per il sistema di gestione per la scuola e le organizzazioni rivolte ad utenti minorenni” individua i criteri per prevenire e contrastare il bullismo e definisce, dunque, le caratteristiche per un sistema di gestione che affronti e prevenga il rischio di comportamenti violenti nei confronti di minori e di condotte dannose alla formazione della loro personalità. Fornendo alle organizzazioni idonee linee guida per applicare in modo efficace le prescrizioni sul bullismo e sul cyberbullismo, la prassi UNI/PdR 42:2018 è uno strumento utile per individuare i rischi di bullismo esistenti, comunicare le strategie antibullismo e rafforzare la fiducia nei confronti delle scuole e delle organizzazioni che ospitano minori. 

Regolamento del premio e invio delle domande 

Le buone prassi che possono essere premiate dalla Fondazione dovranno riguardare interventi di implementazione di un sistema di gestione contro il bullismo e/o il cyberbullismo realizzati da istituzioni scolastiche e organizzazioni rivolte ad utenti minorenni.

Per poter partecipare è necessario visionare il regolamento al seguente link: 

https://www.fondazioneaifos.org/FILES/bandi/2019/bullismo/Regolamento-Premio-BULLIS-NO!.pdf



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mercoledì 6 febbraio 2019

Più hai stress, più ingrassi!

Stress lavoro correlato

Lo stress da lavoro fa ingrassare, soprattuto le donne. Questo è quanto sostiene uno studio dell'Università di Gothenburg.

Il corpo, in particolare quello delle donne, tende ad accumulare grasso se sotto pressione dall’attività lavorativa. Pressione, agitazione, ansia da prestazione sono solo alcune delle sensazioni spiacevoli che possono manifestarsi nella vita quotidiana di un lavoratore. A volte si pensa che questi disagi nascano da cause di tipo fisico, ma in molti casi il responsabile è semplicemente lo stress. Scadenze, ritardi, pressioni dai capi, screzi con i colleghi possono infatti portare a quello che viene definito stress da lavoro correlato o, semplicemente, stress da lavoro.

Quando la pressione sul posto di lavoro si fa sentire, il corpo, in particolare quello delle donne, tende ad accumulare grasso. Dunque, se abbiamo un lavoro particolarmente stressante, aspettiamoci di vedere qualche chiletto in più sulla bilancia.

Secondo i ricercatori della University of Gothenburg, in Svezia, infatti, esiste un forte legame tra un impiego che mette sotto pressione, soprattutto dal punto di vista psicologico, dove spesso non abbiamo abbastanza tempo per portare a termine tutti i compiti, e l’aumento di peso corporeo. Il team ha presto come campione un gruppo di individui di 30 e 40 anni per un periodo di tempo pari a 20 anni, riprendendo dunque lo studio quando i partecipanti avevano rispettivamente 50 e 60 anni. Le persone con un lavoro più stressante avevano aumentato di peso in modo considerevole, di circa il 10%, durante il corso della ricerca. Un risultato rilevato in particolare tra le donne, dove la percentuale raddoppiava raggiungendo il 20%.

«Siamo stati in grado di osservare l’impatto di una professione stressante nel peso corporeo delle donne, mentre negli uomini non abbiamo notato nessuna associazione tra la tensione sul posto di lavoro e l’aumento di peso», ha dichiarato Sofia Klingberg, leader dello studio. «Non abbiamo esplorato le cause di ciò, ma siamo convinti si tratti di una combinazione di problemi al lavoro e un maggiore livello di responsabilità anche a casa, da parte dell’universo femminile. Questa combinazione rende difficile alle donne trovare il tempo di fare attività fisica e vivere una vita salutare».

I ricercatori non hanno trovato nessuna associazione con altri fattori come l’educazione accademica, la qualità dell’alimentazione e altri elementi dello stile di vita. La ricerca, è stata pubblicata nella rivista scientifica International Archives of Occupational and Environmental Health.

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venerdì 1 febbraio 2019

Una vacanza "diversa" con Gallo Rosso


Una vacanza al maso è senza dubbio un’esperienza indimenticabile in qualsiasi stagione dell’anno. Trovandosi gli ospiti a contatto diretto con la natura, in location da favola, estate, primavera, inverno e autunno sono tutte scenografie spettacolari in Alto Adige. Particolare fascino hanno l’inverno, perché imbianca il paesaggio di soffice neve attutendo ogni suono e la primavera per l’esatto contrario, con il suo tripudio di colori, profumi e “rumori” della natura. 

 Un soggiorno al maso in inverno è sorprendente e magico, l’occasione per rilassarsi e riposare in uno scenario fantastico. Dopo una lunga giornata all’aperto respirando l’aria frizzante, non è raro che i padroni di casa offrano agli ospiti di partecipare ad un falò o di bere un punch al caldo della stufa nella suggestiva Stube in legno, la sala comune del maso. I bambini possono dedicarsi a costruire stelle di paglia, a fare il burro o a divertirsi nella sala giochi.

 Una vacanza “diversa”, come cita il titolo del nuovo catalogo 2019 di Gallo Rosso, certamente alternativa: si soggiorna in appartamenti bellissimi e confortevoli arredati in legno nella stessa struttura in cui abitano i padroni di casa, i contadini che gestiscono il maso, che si prodigano per accogliere al meglio e fare sentire i loro ospiti a loro completo agio, preparando loro, su richiesta, delle fantastiche colazioni con i prodotti freschi e genuini del maso.

 La famiglia contadina condivide con gli ospiti anche il suo modo di vivere, coinvolgendoli nel corso dell’anno in attività che per i contadini sono usuali: corsi di cucina, escursioni con le ciaspole, gite a cavallo o in mountain bike, cura dell’orto, raccolta della frutta e del fieno, foraggiamento degli animali nella stalla, raccolta delle erbe selvatiche, preparazione degli infusi, delle marmellate e degli sciroppi, intaglio del legno e bricolage.

 Inoltre, tutti i prodotti del maso possono essere assaporati nel corso della vacanza: frutta e verdura fresca, marmellate e conserve, pane fatto in casa, latte e burro caserecci, frutta sciroppata, verdure sott’aceto e sott’olio, yogurt, uova, formaggi e latticini. Una vera scuola, per i bambini soprattutto, che vivendo il contatto diretto con la terra e gli animali imparano a riconoscere i sapori autentici e genuini dei vari prodotti. Le vacanze al maso diventano così anche una vera delizia per il palato e con il clima favorevole che contraddistingue l’Alto Adige,

 Nel nuovo catalogo 2019 “Agriturismo – le vacanze diverse” in 144 pagine sono descritti 400 degli oltre 1600 masi in tutto l’Alto Adige, con il numero di fiori (da un minimo di 1 a un massimo di 5) assegnati in base ai servizi offerti, la tipologia dei servizi e le dotazioni delle strutture, la posizione con i riferimenti per contattare il maso e i prezzi minimi e massimi per un soggiorno.

I masi non compresi nel catalogo, sono comunque presenti sul sito www.gallorosso.it, dove è possibile anche richiedere di ricevere a casa gratuitamente una copia di “Agriturismo – le vacanze diverse 2019” compilando l’apposito form.

Si consiglia di prenotare con largo anticipo il proprio soggiorno in un agriturismo Gallo Rosso, trattandosi di strutture piccole e molto richieste.

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