lunedì 27 gennaio 2020

Oncologia: la lotta è un inno alla vita!



Il 4 febbraio 2020 sarà, come ogni anno, la Giornata Mondiale dedicata alla lotta contro il cancro.

Il centro Medico Medicina e Nutrizione dal giorno 3 febbraio al giorno 7 febbraio 2020, 
proporrà uno "sportello di ascolto" rivolto ai pazienti oncologici, alle loro famiglie e alla società intera: un’occasione per essere ascoltati e accolti. Gli obiettivi saranno quelli di fornire un supporto psicologico, individuare e definire le emozioni collegate alla diagnosi medica, individuare strategie di problem solving per risolvere le difficoltà pratiche, emotive e interpersonali legate al cancro.


Il cancro è uno dei più grandi paradossi della vita!

Biologicamente l’evento consiste in uno sviluppo di cellule indifferenziate che possono migrare oppure delimitarsi in una parte del corpo. Viene prodotta, in una condizione neoplastica, una nuova forma di materia invasiva che esce dai limiti strutturali in maniera indifferenziata, cosa che non accade in un soggetto in salute, nel quale invece si producono costantemente cellule embrionarie che si differenziano. Il paradosso che risiede nella cellula cancerogena sta proprio nella dinamica di differenziazione-indifferenziazione che risiede nella persona che si ammala di cancro.

Facciamo qualche esempio pratico! 

Per un lungo periodo mi sono occupata di psicologia racconta la Dottoressa Giovanna Pascolo, e dalla mia esperienza, ho potuto osservare che i pazienti oncologici sono solitamente persone che hanno perduto, per una serie di eventi, la propria capacità di differenziarsi, cioè di essere altro; persone omologate con la società, persone che hanno dimenticato se stesse, la propria interiorità, donne che hanno relegato in un angolo oscuro della psiche la loro femminilità, uomini che si sono completamente identificati in un ruolo facendo di se stessi un imprenditore, un leader, lasciando nelle mani dell’oblio la loro unicità.
Ecco che la produzione di nuova materia nel paziente neoplastico, richiama simbolicamente un processo creativo, un’energia materializzante che crea, che rigenera un nuovo individuo.
Si tratta di persone che vengono chiamate a fare un ritorno ad uno stato primordiale della psiche, ad uno stato indifferenziato che si moltiplica costantemente, che ha dentro di sé la forza dell’infinito, il grande messaggio della trasformazione! Nella moltiplicazione della cellula cancerosa risiede il significato profondo del riconquistare il senso della propria vita e il cancro, facendo accesso alla vita di un soggetto, gli sta comunicando di interrompere il meccanismo di omologazione, di far ritorno ad una coscienza più profonda, più intima di sé.

E allora la lotta contro il cancro è una lotta contro l’identificazione con l’esterno, con i modelli sociali, con pensieri e autodefinizioni che non ci appartengono, ma che non fanno altro che “fissare” quell'energia meravigliosa che scorre in ognuno di noi. 
Bloccare quest’energia significa ostruire il “Panta rei”, il flusso vitale di cui siamo fatti, l’esserci. Bloccare quest’energia unica e individuale significa ammalarsi ed ecco che arriva il cancro, che impetuosamente scuote l’esistenza portando con sé il paradossale rischio di morte affinché ci si possa accorgere della vita, rischiare la morte per rinascere! 

La psicoterapia con pazienti oncologici, riproduce simbolicamente il percorso di rinascita, permette al paziente di compiere, mediante tecniche espressive come ad esempio la Mandala Therapy e tante altre, il proprio processo di morte-vita, il continuo trasmutare delle cose, nonché di cogliere il “valore positivo” del tumore, ovvero l’invito a rivoluzionare la propria vita, l’invito ad auto-ricrearsi, l’invito a rinascere.

La settimana dedicata allo sportello di ascolto intitolata “la lotta è un inno alla vita”, verrà tenuta dalla Dottoressa Giovanna Pascolo, psicologa e psicoterapeuta presso il centro medico Medicina e Nutrizione, sito in via G. Falcone,13 a Lacchiarella (MI).

Si potrà accedere al servizio attivo dalle ore 10.00 alle ore 21.00 con un costo di 25 euro previo appuntamento al numero 3397733169 o inviare un’e-mail a info@medicinaenutrizione.it .



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mercoledì 22 gennaio 2020

La palestra cognitiva per contrastare l'invecchiamento cerebrale

Cos’è la palestra cognitiva e quali attività prevede? 


Questa è la prima domanda che spesso ci si pone di fronte a questa novità: si tratta genericamente di attività per pazienti affetti da declino cognitivo di grado lieve-moderato o per tutte quelle persone che vogliano contrastare gli effetti dell’invecchiamento cerebrale, «tenendo in forma la propria mente» in modo divertente e consapevole. 

Le tematiche proposte in sessioni diverse, passando da attività per stimolare la conversazione, le relazioni con gli altri, il racconto di sé, ad attività sull’orientamento temporale e spaziale, sull’attenzione visiva, sulla memoria, sul linguaggio e sulla logica. 

Per quanto riguarda i pazienti con decadimento cognitivo l’obiettivo è quello di ritornare a considerarle innanzitutto come persone ancora capaci di pensare, fare, soffrire e trarre piacere dalla vita e, in secondo luogo, aiutarle con strumenti compensativi a stimolare le loro abilità residue al fine di mantenere più a lungo possibile la loro autonomia. 

Per quanto riguarda invece i frequentatori della palestra ancora cognitivamente in forma l’obiettivo sarà quello di fornire un kit di esercizi cognitivi finalizzato a prevenire un decadimento cognitivo da una parte, e dall’altra a stimolare e intensificare gli allenamenti lì dove ci sono maggiori difficoltà (ad esempio chi riporterà maggiori problemi di memoria avrà maggior attenzione su questa funzione cognitiva). 

Durante gli incontri le diverse attività verranno svolte sia individualmente sia utilizzando la forza del gruppo: garantendo un numero di partecipanti ristretto verranno proposti iter individuali da affiancare alle attività di gruppo. Affidarsi ad un esperto neuropsicologo è un requisito indispensabile per garantire un miglioramento: consideriamolo come un “personal trainer”, che, in base al profilo cognitivo, consiglierà gli allenamenti da eseguire per garantire una performance cognitiva più efficiente. Di volta in volta si valuteranno i progressi e si definiranno i diversi esercizi con il loro livello di difficoltà. A seguito di una valutazione individuale iniziale verranno creati dei gruppi omogenei di massimo 15 persone, per iniziare insieme un percorso di 15 settimane volto a migliorare le performance cognitive. Al termine del ciclo di incontri sarà effettuata una ri-valutazione conclusiva per evidenziare i miglioramenti avuti.

La palestra cognitiva è attiva presso il Centro Medico Medicina e Nutrizione di Lacchiarella - MILANO sud.

Per prenotazioni o solamente per ricevere ulteriori informazioni in merito potete chiamare la segreteria del centro al numero 33977331169 oppure potete inviare una mail all'indirizzo info@medicinaenutrizione.it 

www.medicinaenutrizione.it



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lunedì 23 dicembre 2019

Riscoprire il desiderio e l'orgasmo attraverso gli occhi della psicoterapia


Il termine orgasmo deriva dal greco ὀργασμός (orgasmòs) e significa “essere in preda all’ardore, al desiderio”.

Ma cos’è il desiderio? 

Il desiderio è quella forza che mi attraversa, che mi supera, forza ingovernabile che irradia il mio corpo e la mia psiche dal basso, sin dagli antri viscerali della mia interiorità, per culminare all’apice del mio esserci. Una sorta di estasi che esula dall’Io, mi anima, mi rapisce, mi confonde e mi porta via, via dalla gabbia di convinzioni e autodefinizioni che ho costruito, via dalla ragione e dal controllo, via dai confini che ho posto sulle distese dell’anima.

Massimo Recalcati afferma che la forza del desiderio scompagina e destabilizza l’identità, la possiede, la anima, la percuote, dunque io non sono più padrone del desiderio, mera illusione di cui ci nutriamo quotidianamente e che col tempo ci conduce alla foce di un’insoddisfazione frustrante che coincide con il non sapere più cosa desiderare, bensì è il desiderio che fa da padrone, esso desidera al di là del desiderio stesso, proviene da un altrove che io non conosco. Attraverso il desiderio entro in una dimensione nuova e divina, faccio accesso al tempio del dio Eros, di “quell’orgasmo esteso all’infinito” direbbe Raffaele Morelli, dove gli opposti coesistono. Nell’atto erotico infatti sperimento la vita, mentre il piacere sale e col suo calore si diffonde nel mio corpo, e la morte, quando sul finire dell’esperienza di godimento per un attimo la coscienza si perde, presenza ed assenza mi attraversano, attrazione ed angoscia, liberazione e trasgressione, potenza e vulnerabilità, immaginazione e realtà, luce e ombra fanno di me un discepolo del dio che vive in me, quando faccio l’amore sono a un passo dal “Signore del mondo”, Eros, Amore.

L’orgasmo è il linguaggio del mio corpo che con la sua prorompente presenza mi sta comunicando che ho spalancato le porte all’amore, e per amore non s’intende l’attaccamento a qualcuno, come la mente mi fa credere, l’amore si esprime nell’atto erotico, l’orgasmo stesso è amore, è l’esperienza pura dell’amore, la sua stessa essenza, scevra di condizionamento e congetture.

Non tutti fanno esperienza dell’orgasmo, spesso mi capita di accompagnare pazienti di questo tipo, soprattutto donne, anorgasmiche. La scelta di non incontrare l’eros, il rifiuto di godere, è spesso inconscio, avvolto dalla maschera di un controllo e di una razionalità che la persona esercita su se stessa e sulla vita. La libido viene di conseguenza inibita da tabù, da eventuali traumi, da paure fantasmatiche, ma un approccio terapeutico che lavori solo su queste o altre cause non è sufficiente. È fondamentale un lavoro simbolico, profondo, attraverso il quale il paziente anorgasmico possa farsi soggetto del suo desiderio, possa incontrare i suoi inferi interiori e riappropriarsi della presenza divina che lo abita. Le immagini interiori conducono il paziente lungo il sentiero dell’individuazione, costellato da infinite trasformazioni, dall’arrendevolezza dell’Io dinanzi al piacere unico dell’orgasmo. Attraverso l’orgasmo incontro l’amore, che mi rende infinito, in un attimo in cui il tempo si annulla, per fare spazio all’eterno, al sacro e al senza tempo, che altro non sono che le dimensioni dell’anima.


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giovedì 14 novembre 2019

Il diabete in chiave psicosomatica: una fame d'amore


Il 14 novembre si svolge come di consuetudine la giornata mondiale del diabete.

Il diabete è una patologia data da un’alterazione del metabolismo degli zuccheri: i valori di glicemia risultano superiori alla norma (iperglicemia). Si distinguono due tipologie di diabete:

 - il tipo 1, è il diabete cosiddetto giovanile o insulino-dipendente, le cui cause organiche risultano tutt’oggi sconosciute, meno invece la sua associazione ad eventi traumatici, ed è cronico, infatti chi ne è affetto è costretto ad assumere quotidianamente, per tutta la vita, specifiche dosi di insulina;

- il tipo 2, è il diabete adulto o non insulino-dipendente, è quello più diffuso, può essere accompagnato o meno da obesità, ha cause genetiche oltre a fattori di rischio legati allo stile di vita, all’alimentazione e ad alcune patologie.

Esiste tuttavia una visione psicosomatica di questa condizione patologica, oltre alle diverse spiegazioni puramente organiche. In effetti, il diabete cela in sé un profondo simbolismo psicosomatico che affonda le sue radici nel nostro primo incontro con il cibo, in particolar modo con la prima fonte di energia e nutrimento, di calore e amore, il latte materno.

Il legame tra il latte e la relazione d’amore che il bambino ha con la madre è inscindibile; l’allattamento è un momento sacro inebriato di dolcezza, dove lo zucchero del latte materno, raffinata forma di energia e nutrimento primario, su un piano analogico richiama la presenza della madre, con la sua voce, i suoi sguardi, le carezze, il calore. Una dolcezza-amore dunque, che attraverso il sangue pervade ogni cellula del corpo umano e con esso l’intera psiche, una connessione profonda che accompagnerà il bambino per tutta la vita.

Popolarmente in tedesco diabetico si dice “zuckerkrank” e significa “colui che ha zucchero”, è colui che necessita di nutrirsi affinchè il livello di glucosio nel sangue si mantenga alto, affinchè dunque si mantenga alto in lui il calore, l’amore, la dolcezza, e da qui l’iperglicemia, ma al tempo stesso non può usufruirne, il suo bisogno d’amore non trova appagamento, lo zucchero-dolcezza è tenuto in circolo senza essere mai consumato, pertanto il diabetico rimane “affamato dentro”. Non è possibile assumere o consumare il glucosio, non è possibile assumere o consumare amore, tenerezza, affetto, tanto bramati quanto rifiutati, poiché rivestiti simbolicamente di dolore. Quella del diabetico è una fame d’amore, una paura di perdere quest’amore che lo conduce ad un circolo vizioso in cui il timore che il nutrimento organico e psichico, lo zucchero, venga meno, aumenta l’atteggiamento del procacciarsi dolcezza senza però spenderla, perpetuando di conseguenza il senso di fame di cibo e di amore.

Non è forse questo meccanismo analogo a quello del bambino deprivato affettivamente?

Una mancanza di nutrimento-amore che nel tempo si trasforma in angoscia abbandonica, in paura di morire, in relazioni affettive di dipendenza/ribellione, relazioni borderline. Il diabetico è dunque colui che porta in sé un’esperienza infelice di nutrimento primario, costellata di rifiuto o assenza materna, privo di amore primordiale.


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martedì 15 ottobre 2019

Il coraggio di scegliere viene dal caos


“Sto attraversando un periodo difficile, mi sono bloccata dinanzi all’incapacità di fare una scelta, non so se intraprendere un nuovo cammino che sembra condurmi a nuove amicizie, a una nuova città, a un nuovo mondo, oppure restare, sì, restare in quello che per anni è stato il mio mondo, il luogo dove lavoro, dove ogni angolo di strada mi parla di me, dove la pioggia si mescola alle mie lacrime per una storia finita, dove ho costruito il mio posto. È come entrare in acqua ed esserne paralizzati, non poter nuotare ma neppure sprofondare negli abissi, sono ferma e questo mi provoca ansia, senso di soffocamento, eppure non soffoco.”

Questo breve estratto fa parte di un colloquio psicologico della dottoressa Giovanna Pascolo psicologa e psicoterapeuta presso il centro medico Medicina e Nutrizione, il colloquio è avvenuto con una giovane donna di 32 anni qui soprannominata Lucia.

La dottoressa Giovanna Pascolo qui di seguito, accompagnerà il lettore nel senso più intimo di questo momento d'indecisione di Lucia, osservandolo con nuovi occhi e nuove prospettive. 



Lucia ha da poco ricevuto una nuova offerta di lavoro per la stessa azienda per cui lavora ma che la porterebbe a cambiare città. Il punto sul quale vorrei riflettere è il senso di stasi che spesso nella vita coinvolge ognuno di noi. Stare fermi è solo un’illusione ottica del nostro percepirci guardandoci dall’esterno, con l’occhio razionale; stare fermi non a caso produce inquietudine, indecisione, caos che sono elementi del divenire, sono dinamici, moti dell’anima che sta preparando nuove tappe del nostro cammino. Il sentirsi “paralizzati” altro non è che la voce interiore che coglie e ci comunica il processo trasformativo che è già in corso nel nostro abisso più profondo, che come una porta impetuosa dinanzi a noi si lascia aprire da un’unica chiave, l’inquietudine.

Essere bloccati in un impasse che ci inquieta è il frutto straordinario dell’anima che ci guida, in un bosco oscuro segna dei marchi sugli alberi tracciando un sentiero, quei marchi sono i tanti tentativi che l’anima stessa compie sotto forma di pensieri, paure, caos interiore.

È ribelle l’anima, non conosce tempo, non ama schemi o ragionamenti razionali, non prende decisioni definitive ma veste di dubbio e conduce a una destinazione dove il processo trasformativo partorirà la più grande delle metamorfosi, darà alla luce l’ordine, lo stesso ordine che nello stare fermi è stato nutrito segretamente nel grembo del caos, in quel mare che paralizza secondo Lucia, e che in chiave simbolica è il liquido amniotico che avvolge e protegge l’embrione. Ma quell’embrione che chiamo ordine non è forse la scelta che l’anima desidera e pretende? “La scelta c’è dove c’è confusione” dice Jiddu Krishnamurti, la scelta origina e vive in un sapere irrazionale, in un sapere profondo che Jung chiama “sapere del cuore”. “Il sapere del cuore non si trova nei libri, né in bocca ai maestri, ma cresce da te, come il verde frumento dalla terra nera. L’erudizione fa parte dello spirito di questo tempo, ma questo spirito non comprende per nulla il sogno, perché l’anima si trova ovunque non si trovi il sapere erudito” (dal Libro Rosso, pag. 233).

 È forte nella stasi la pressione a rimanere nello stesso punto e pesano sfiducia, aspettative, abitudini quotidiane… E da qui il devo scegliere se partire o no, devo scegliere se cercare di sanare una relazione, devo scegliere se tornare con lui dopo che l’ho tradito, devo scegliere se perdonare, devo scegliere se accogliere il nuovo, devo scegliere…Tutto quello che fa ammalare l’anima è il dover scegliere, ciò che la fa fiorire è il coraggio di scegliere, attraversando i boschi e marcando gli alberi; come il coraggio di Prometeo che ruba il fuoco, bene prezioso, a Zeus per donarlo agli uomini e far nascere la conoscenza, così nello stare fermi dovremmo avere il coraggio di custodire quella scintilla che sarà l’inizio del progresso.

Scegliere di aprirci alla vita e respirarla pienamente piuttosto che chiuderci al mondo, scegliere il coraggio di osare piuttosto che la paura di lasciarsi andare, scegliere di essere, perché come dice il mago Albus Silente ad Harry in Harry Potter e la camera dei segreti: “Non sono le nostre capacità che fanno di noi quello che siamo, Harry, sono le nostre scelte!”

 L’anima ha dei codici che l’occhio razionale non può scrutare, pertanto è importante in un momento di fermo apparente non cercare spiegazioni bensì capire con gli occhi del cuore, con lo sguardo profondo che ha codici emotivi nel senza tempo, non chiedere consigli che potrebbero deviare il flusso della propria autenticità (potresti fare scelte non tue ma acquistate al mercato delle proiezioni altrui su di te), non pensare continuamente alla situazione che pare irrisolvibile, distrarsi e soprattutto accettare il dubbio!

Al fine di fare dell’indecisione una risorsa e al fine di gestire al meglio l’eventuale ansia che l’accompagna, può essere utile un percorso individuale di supporto psicologico che accompagna il paziente nel processo trasformativo che sottende la presa decisionale.








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venerdì 11 ottobre 2019

"ParkinCammino", esperienza sul Cammino di Compostela per pazienti affetti da Parkinson


Ha preso il via “ParkinCammino” Un’esperienza di viaggio sul Cammino di Santiago Obiettivo: Camminare insieme, comunicare, condividere Destinazione: Santiago de Compostela.

Azione Parkinson Brescia Onlus insieme al Centro Disturbi del Movimento dell’ASST Spedali Civili di Brescia, con il patrocinio di ASST Spedali Civili di Brescia, dell’Università degli Studi di Brescia e il contributo incondizionato di PIAM Farmaceutici Spa, ZAMBON Italia e Gait UP promuovono il progetto “ParkinCammino”, dedicato ai pazienti con Parkinson e alle loro famiglie, per percorrere a tappe il cammino di Santiago di Compostela, comunicare, condividere e migliorare sintomi e qualità di vita.

È partito da pochi giorni “ParkinCammino” un’esperienza sul Cammino di Santiago per pazienti affetti da malattia di Parkinson. Un’iniziativa terapeutica e di vita che permette, attraverso il “cammino in condivisione”, di offrire a chi soffre di Parkinson i benefici che provengono dallo svolgimento di un’attività fisica corretta e dalla possibilità, non meno importante di camminare insieme, comunicare con altri pazienti, familiari e sanitari e condividere un’esperienza di viaggio unica nel suo genere. Dal 6 al 14 ottobre 28 viaggiatori: pazienti con Parkinson accompagnati da mariti, mogli, amici, assistiti dal Prof. Alessandro Padovani (Professore Ordinario di Neurologia dell'Università degli Studi di Brescia), dalla Dr.ssa Elisabetta Cottini e dal Dr. Andrea Pilotto (Specialisti Neurologi presso ASST Spedali Civili di Brescia), da infermieri e Fisioterapisti dell’Università di Brescia, con Federica Cottini, quale responsabile preparazione atletica, potranno vivere, in 9 giorni di spedizione, un progetto di viaggio, vacanza, terapia e ricerca.

CAMMINARE È UNA MEDICINA: LO PUÒ ESSERE ANCHE PER CHI SOFFRE DI PARKINSON GLI OBIETTIVI DEL PROGETTO “PARKINCAMMINO” 

“Convivere con una patologia neurodegenerativa come la malattia di Parkinson è difficile, nonostante gli enormi progressi in ambito farmacologico e non farmacologico degli ultimi decenni. Il nostro obiettivo è da sempre quello di poter migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da malattia di Parkinson favorendo il coinvolgimento della famiglia in attività riabilitative e socializzanti unitamente alla terapia farmacologica. Spesso, paradossalmente, il primo ostacolo agli interventi educativi è rappresentato dal paziente stesso. Chi è compromesso dalla malattia nel movimento, infatti, tende purtroppo a lasciarsi andare, ad essere più sedentario e a perdere interesse nel muoversi ed uscire con un importante impatto sulla sfera personale, emotiva e spirituale”, sottolinea il Dr. Renato Carboni, Presidente di Azione Parkinson Brescia Onlus. “Grazie all’iniziativa promossa dal Centro Disturbi del Movimento dell’ASST Spedali Civili di Brescia con il patrocinio di ASST Spedali Civili e dell’Università degli Studi di Brescia e al contributo incondizionato di PIAM Farmaceutici Spa, ZAMBON Italia e Gait UP, è ora attivo il progetto di vita, terapia, ricerca “ParkinCammino”, realizzato con Almavia. Il progetto con numerosi e importanti obiettivi consentirà, non solo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’efficacia dell’attività fisica aerobica nella gestione della malattia di Parkinson, ma permetterà di valutare i benefici in termini clinici e di qualità di vita che una simile esperienza può determinare. Un’iniziativa che potrà in futuro essere presa come riferimento per permettere a sempre più soggetti con Parkinson un’esperienza di cammino in sicurezza.”

IL RUOLO DEL MOVIMENTO NELLA MALATTIA DI PARKINSON 1.200.000 LE PERSONE CON PARKINSON IN EUROPA

“La malattia di Parkinson è una patologia neurodegenerativa cronica del sistema nervoso centrale che comporta sintomi motori cardinali quali bradicinesia (rallentamento dei movimenti volontari), rigidità (aumento del tono muscolare), tremore a riposo, associati nel corso della patologia ad instabilità posturale (difficoltà a mantenere l’equilibrio). La perdita progressiva dei neuroni dopaminergici della cosiddetta “substantia nigra”- un piccolo nucleo in una delle regioni più antiche del cervello - determina la patologia. Nonostante gli enormi progressi in campo farmacologico, la malattia di Parkinson ha ancora un impatto importante su mobilità, tono dell’umore e più in generale su relazioni sociali e qualità di vita.” sottolinea il Prof. Alessandro Padovani, Professore Ordinario di Neurologia dell'Università degli Studi di Brescia. “Recenti studi clinici ed evidenze scientifiche sottolineano come un’attività fisica a bassa intensità, unita ad attività sociali di gruppo, influiscano positivamente sui sintomi sia motori che non motori. Il ruolo del movimento è fondamentale e la scelta della tipologia di esercizio fisico da proporre al singolo paziente è molto rilevante: la pratica di attività fisica moderata, come il camminare, ha un impatto positivo sulla qualità di vita del paziente a condizione che venga effettuata, dal team multidisciplinare, una valutazione personalizzata e ripensata su ogni singolo individuo. Il medico deve tenere sempre in considerazione la terapia farmacologica “cucita” sul singolo soggetto e della tipologia di esercizio “terapeutico” adatto per intensità e frequenza al grado di severità della patologia.”

 “ Il ruolo del movimento in sicurezza è importante ed è il motivo per il quale il progetto “ParkinCammino” è iniziato con tanto entusiasmo.” riferisce la Dr.ssa Elisabetta Cottini, Responsabile della selezione dei pazienti .“Abbiamo coinvolto soggetti dai 50 ai 70 anni, con Parkinson in fase iniziale o intermedia, in terapia piena o in terapia di fase iniziale e siamo con loro, in cammino, assieme a familiari infermieri, fisioterapisti in questa esperienza di cammino, viaggio e terapia.”

“Un’esperienza di cura e di ricerca che è iniziata in realtà tre mesi or sono, con i test di selezione e di valutazione sensorizzata delle alterazioni motorie visibili sia in clinica che monitorizzate a domicilio con l’utilizzo di nuova tecnologia indossabile.” riferisce il Dr. Andrea Pilotto, Ricercatore presso l’Università degli Studi di Brescia. “Per la prima volta, abbiamo la possibilità di monitorare 24 ore al giorno con dei sensori di movimento indossabili, tutto il gruppo di persone (pazienti e accompagnatori) che compiono il cammino in tutti gli aspetti del movimento, sia durante l’attività fisica che nei momenti di riposo. Il progetto pilota fornirà importanti dati scientifici per capire l’effetto dell’attività fisica su parametri del passo e alterazioni del movimento durante la preparazione atletica e lo svolgimento del cammino, con una fase di follow-up per poter valutare i benefici in termini clinici e di qualità di vita di un’esperienza di questo genere.”

“PARKINCAMMINO” UN PERCORSO CHE VA OLTRE IL MOVIMENTO CAMMINARE, COMUNICARE, CONDIVIDERE PER MIGLIORARE LA QUALITA’ DI VITA 

“Parkincammino è un’esperienza che non solo permette attraverso un percorso di cammino piacevole in sicurezza di controllare sintomi e influire positivamente sulla funzione motoria. Il viaggio, la condivisione, la comunicazione il camminare, possono essere un toccasana sull’umore e la stanchezza delle persone con Parkinson. La scelta del Cammino a Santiago de Compostela non nasce per caso: vuole offrire un’esperienza a pazienti e familiari anche simbolica, mentale, spirituale.” chiarisce la d.ssa Federica Cottini, Responsabile del coordinamento e della preparazione atletica. “Conosciamo i benefici del camminare anche per le persone con malattia di Parkinson ma esistono ostacoli alla pratica di una regolare attività fisica che il paziente stesso pone a sé stesso. Con ParkinCammino abbiamo dato vita a un’iniziativa pianificata che ha previsto tra luglio e settembre: screening completo a cura dell’equipe del Prof. Padovani, incontri di gruppo, preparazione (periodo di allenamento con uscite individuali durante la settimana e uscite domenicali con accompagnatori) che ci hanno permesso di essere pronti “in sicurezza” per intraprendere questo importante percorso. Ora siamo in viaggio per godere dei benefici del camminare, comunicare, condividere e migliorare la qualità di vita delle persone con Parkinson. ParkinCammino va oltre: al termine dell’esperienza a Santiago de Compostela, il servizio di preparazione potrà essere svolto al proprio domicilio e continuerà andando oltre il viaggio.”


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martedì 6 agosto 2019

Fisiologia dell'amore finito


Ci troviamo in un’epoca in cui si è pervasi da una bulimia affettiva, si fagocitano relazioni con la voracità di un rapace e si vomitano i significati intrinseci di esse. Sembra ormai che una relazione affettiva sia il corrispettivo di un oggetto desiderato del bisogno famelico…come un disturbo del comportamento alimentare le persone sembrano obese di rapporti, anoressiche di modi funzionali per viverli. Nel mio lavoro mi capita spesso di incontrare pazienti che non riescono a lasciare il partner dopo lunghissimi anni di relazione, che non riescono a superare la fine di un rapporto “non desiderata” e per i quali lo spostamento delle dinamiche affettive e degli stati d’animo derivanti, in genere, è il loro meccanismo difensivo preferito; spesso si tratta di una certezza a lungo negata che li porta a trascinare la storia con il partner anche per tanto tempo, un po’ per abitudine, un po’ per timore del giudizio di chi ci circonda o dei loro sentimenti (ad esempio i familiari), nei casi estremi per dipendenza affettiva. L’origine di questo malessere è da ricercare nella fisiologia dell’amore!


L’amore non contiene né delimita, l’amore accoglie! 


 Due individui liberi che s’incontrano in un’essenza libera, due semi di piante , l’uno pesco l’altro mandorlo, che piantati nella stessa terra creeranno sempre radici diverse, radici che vicine potranno intersecarsi ma senza mai perdere la loro unicità . Il mandorlo non può essere pesco e il pesco non può fare il mandorlo; entrambi vicini, longevi e con robuste radici, producono frutti sostanzialmente diversi, come diversi sono i fiori di ciascuno, perché diversa ne è l’essenza.

Ebbene, quando due persone s’incontrano in verità a toccarsi è il loro centro, a toccarsi non a fondersi!

 L’unita dell’uno tocca, bacia, carezza e sceglie di accompagnare l’unità dell’altro in una fioritura sensoriale nel mite clima di un sentimento, attraverso le stagioni dell’anima, si fiorisce, sfiorisce e rifiorisce insieme ma mai unitamente. Un vento sottile che non ha direzione né spazio, che sfiora le foglie del mandorlo accompagnandole all’esperienza sensoriale, tattile, con il pesco.

“ Le persone mature...in amore si aiutano a essere libere, si aiutano l’un l’altra a distruggere ogni tipo di legame. E quando l’amore fluisce nella libertà c’è bellezza. Quando l’amore fluisce nella dipendenza c’è bruttezza. Ricorda, la libertà è un valore più alto dell’amore. Quindi se l’amore distrugge la libertà, non ha alcun valore.”
- Osho -



Quando una storia d’amore finisce le reazioni in ogni uomo sono varie, molto soggettive, perché legate al seme della propria pianta, dunque non è forse anche il lascito un evento di unità? La mia unità decide (e compie) di lasciare la tua, decide di proseguire la fioritura in un modo alternativo a quello sinora adottato.

  Lasciare Andare!


 È questo il segreto per cogliere quanto di più prezioso ci sia stato nella relazione amorosa, e che permette di accogliere dentro di sé il tesoro che verrà. Il mio lavoro con i pazienti che chiedono supporto portando nelle loro borse il peso del dolore per la fine di una storia, la difficoltà estrema ad uscirne, consiste in un processo di individualizzazione, un percorso di valorizzazione di quell’unità che muove la nostra vita.





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giovedì 25 luglio 2019

PSICOLOGIA DELLA SALUTE: raggiungere il benessere con l'approccio biopsicosociale

Salute e benessere

La psicologia della salute è una branca della psicologia che vede i suoi albori negli Stati Uniti a partire dagli anni ’70, successivamente negli anni ’90 si e poi sviluppata anche in Italia. La psicologia ha da sempre cercato di occuparsi delle problematiche inerenti la salute, con questa branca di disciplina o forse meglio dire specializzazione, si è potuto dare un forte contributo allo studio di questo aspetto “la salute” che in quest’accezione travalica il concetto semplicistico di malattia, per spingersi oltre, in una modalità che possiamo definire più olistica.

La salute viene qui osservata e quindi studiata da una prospettiva ad ampio spettro, prospettiva che sicuramente non coincide con la semplicistica e riduttiva definizione di “assenza di malattia”. La psicologia della salute si occupa indirettamente della prevenzione alla malattia, attraverso la promozione e il mantenimento della salute, promozione che viene attuata però ad un livello sicuramente complementare ma diverso da quello prettamente medico, un approccio che intende osservare la persona quindi nella sua interezza, tenendo ben presente che oltre agli aspetti biologici, la persona è portatrice anche di aspetti umani, psicologici, sociali, che non possono essere “curati” con lo stesso meccanismo su cui si basa la “terapia medica/biologica” ovvero tramite lo studio del solo meccanismo causa-effetto.

In effetti la psicologia della salute può essere vista come l’intersezione tra due grandi insiemi, quello della medicina e quello della psicologia. Questa visione a più ampio spettro della psicologia della salute, ha dato forma ad un approccio che è a tutti gli effetti il nodo centrale da cui tutta la disciplina si sviluppa, questo approccio è definito biopiscosociale in contrapposizione a quello biomedico che non per sua colpa ma per campo d’azione, prevede comunque dei limiti dovuti alla riduttività e specificità dell’analisi su cui si deve focalizzare, la causa prettamente biologica della malattia.

Per definizione stessa data dell’OMS, la salute viene definita come "uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non come assenza di malattia", la chiave per aprire le porte della conoscenza sulla salute e il benessere è in quest’ottica a partire dal modello biopsicosociale. Si passa quindi attraverso l’analisi di tre temi cardine per la promozione della salute, oltre al tema dell’aspetto biologico in cui la medicina è già ampiamente indirizzata, è necessario valutare il peso dell’aspetto psicologico e di quello sociale.

L’importanza dell’aspetto psicologico è dato dal ruolo che ricoprono le emozioni, esse come si può ben immaginare sono di fondamentale importanza per il benessere globale dell’individuo. Se da una parte è chiaro che emozioni positive siano già fonte stessa di benessere per la persona, dall’altra emozioni negative o alterate possono ripercuotersi in modo significativo sia sui comportamenti messi in atto dalla persona che potranno conseguentemente essere più o meno sani, sia direttamente sull’attività biologica stessa, si pensi ad esempio al campo riguardante le malattie piscosomatiche. Inoltre, ci si può accorgere come la letteratura scientifica riporti sempre più correlazioni tra disturbi dell’attività biologica e cause di origine psichica/emotiva, si pensi alla correlazione tra lo sviluppo di patologie in età adulta in base allo stile di attaccamento della teoria di Bowlby: “una ricerca condotta da Maunder e Hunter (2001) ha indagato l’associazione tra attaccamento insicuro e sviluppo di malattie sia durante l’infanzia che nell’età adulta. Dalla ricerca emerge come bambini affetti da malattie croniche presentano in prevalenza un attaccamento insicuro. In particolare all’interno delle diverse forme di attaccamento insicuro è emerso che la forma insicuro-evitante sia quella maggiormente associata a malattie quali: otite media ricorrente (McCallum e McKim, 1999), fibrosi cistica (Simmons et al., 1995), epilessia (Marvin e Pianta, 1996), asma (Mrazek et al., 1987), difetti cardiaci di origine genetica (Golberg et al., 1991), difficoltà di crescita (Ward et al., 1993), disturbi di conversione senza spiegazione medica (Kozlowska, 2007). (tratto da stateofmind.it)”

Anche l’effetto placebo ad esempio, potrebbe dare un indizio su come la psiche possa fungere da attivatore di specifici cambiamenti somatici cha a partire da una condizione definibile di suggestione, riesce ad attivare a cascata una serie di eventi neuronali e biochimici che si ripercuotono sul corpo, cambiamenti dimostrati e scientificamente misurabili in grado di ottenere un elevata efficacia contro disturbi quali artrite reumatoide, colon irritabile, cefalea, ipertensione, e molti altri con un grado di efficacia misurabile in test a doppio cieco superiore anche al 60-80%.

Possiamo aggiungere inoltre che anche Antonio Damasio, rinomato psicologo, neurologo e neuroscienziato di fama mondiale nel suo saggio "L'errore di Cartesio" e successivi, porta alla luce una nuova visione della medicina e della filosofia dualistica che prevede la netta separazione mente/corpo. Damasio rivaluta le emozioni, ritenute a tutt'oggi dalla scienza e dalla medicina responsabili dell'offuscamento della ragione, dimostra al contrario come esse siano alla base del buon funzionamento della mente e conseguentemente del corpo.

La conoscenza e lo studio dell’aspetto sociale invece apporta nuove informazioni che sono anch’esse di sicura utilità alla psicologia della salute. Lo studio di Aspinwall e Staudinger ne è un esempio lampante, la parte psichica/emotiva di cui abbiamo parlato fino ad’ora si sviluppa attraverso le relazioni sociali, è innegabile quindi l’importanza di tale contesto in una disciplina atta a studiare i meccanismi di promozione del benessere e della salute.

Non dimentichiamo infine che il benessere e la salute passano attraverso atteggiamenti e comportamenti che sono il risultato di una consapevolezza psichica e fisica del proprio stato. Un comportamento insano nasce da uno stato psichico alterato da fattori interni ed esterni, e per modificarlo è importante tenere conto di tutti gli aspetti fin’ora citati. Gli ambiti applicativi della psicologia della salute sono molteplici, a dir il vero forse illimitati, la si può trovare maggiormente focalizzata nel migliorare la qualità di contesti quali l’educazione, il lavoro nonché aspetti legati alla malattia fino al difficile accompagnamento del fine vita ed anche per promuovere il benessere e la salute a un livello più ampio, ovvero in macrosistemi come potrebbe essere più in generale la cultura di base di una popolazione.

Personalmente osservando le potenzialità della psicologia della salute, mi aspetto che in un prossimo futuro la medicina con il suo classico rapporto medico-paziente, riesca con il supporto di questa disciplina a dare più spazio e importanza alla parte emozionale e psicologica di ogni individuo. La separazione degli aspetti psichici da quelli corporei, la svalutazione della dimensione emozionale, portano troppo spesso il medico a considerare l'uomo come un insieme di organi e funzioni, facendo venire meno il senso della sua unicità e complessità. Anche non fosse, spesso questo è ciò che trapela. Si può notare infatti come troppo spesso la scienza medica, quella della ragione, razionale, obbiettiva, concreta, faccia ordine in questo apparente disordine mettendo da parte gli importantissimi aspetti psico-emotivi-sociali. Mi aspetto, e da un certo punto di vista spero, che anche la medicina tradizionale scientifica inizi un nuovo percorso di rinascita in cui tenga ben presente questa unicità umana, fatta di complesse emozioni e correlazioni psicologiche, auspico che essa desista dal continuare a trattare e studiare il paziente ovvero l'uomo, solamente come una macchina in cui avvengono complesse e interessanti reazioni biochimiche.




Mirko Toller

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lunedì 8 luglio 2019

Cosa evoca il mare nel nostro inconscio?


Perché, soprattutto in estate, siamo così attratti da un bel mare blu? Perché in prossimità del flusso marino le nostre menti e i nostri corpi si sentono magicamente a loro agio?

 Una prima risposta è da ricercare ai primordi della nostra esistenza essendo, l’acqua il principio della nostra vita, l’archè del cosmo secondo i filosofi greci, l’elemento dal quale secondo la tradizione biblica emerse la terra, e su cui “aleggiava lo spirito di Dio”. Tuttavia nel momento della fecondazione siamo noi stessi sostanza liquida, che mediante la mucosa vaginale viene trasportata verso l’ovocita penetrandolo, durante la stessa gravidanza siamo avvolti dal caldo e protettivo liquido amniotico, infine durante l’intero ciclo vitale il nostro corpo viene irrigato da una copiosa quantità liquida, il 75% che via via si riduce a un 60% durante la fase della vecchiaia. Dunque l’attrazione verso il mare è un richiamo interiore, è la nostra essenza che si rispecchia all’esterno. Sin dall’antichità il mare rappresenta la via della conoscenza, Ulisse nell’Odissea ne subisce il fascino e la persuasiva voce degli abissi lo seduce a conoscere il mondo. Simbolo di desideri e paure, luogo di sfida, dell’ignoto, mezzo sperimentatore dei propri limiti, datore di vita, compagno inseparabile dell’uomo, il mare è un alter ego dell’essere umano.

Secondo lo psicanalista svizzero C.G. Jung “Il mare è il simbolo per eccellenza dell’inconscio, la madre di tutto ciò che vive”, esserne attratti significa essere richiamati dai fondali profondi del proprio inconscio, dalle “tenebre che ricoprivano l’abisso” secondo il libro della Genesi, dal femminile che ondeggia in ognuno di noi. Secondo lo studio citato all’inizio di questo articolo, il mare ha il potere di riportarci al nostro stato naturale, così come il liquido amniotico attutisce i suoni e i rumori esterni, il mare allontana l’anima dai rumori della quotidianità e la mette in contatto con la sinfonia della natura acquatica, con il calore interiore che la avvolge, per questo “quando ascoltiamo o vediamo l’oceano sappiamo di essere nel posto giusto”.

Osservare il mare o immagini che lo rappresentano, stimola “un atteggiamento positivo, stabilità emotiva, recupero di ricordi felici”, produce uno stato di benessere e calma, favorendo una maggiore attenzione funzionale, un incremento della performance e del successo professionale e una chiara diminuzione dell’ansia, “ringiovanisce le menti stanche”. Il mare, l’oceano, le acque sconfinate, contengono nella loro infinitezza più emozione positiva rispetto a quanta ne producano i ricordi di un’infanzia serena, aumentando la felicità del 5,2%. Dopotutto il colore del mare è il blu, da sempre simbolo di calma ed equilibrio emotivo, di immortalità nel mondo cinese, di purificazione e verità. Stabilizzatore del battito cardiaco, monitorando la pressione il colore blu favorisce la distensione per il corpo e tende ad allontanare forme di agitazione e di stress.

Il pianeta Terra, tra cieli ed acque, è vestito di blu; di nuovo torna il nostro legame con la natura nella quale ci siamo evoluti, il suo richiamo a farvi ritorno, il canto delle onde marine e dei moti dell’anima, perché dinanzi al mare il cervello sorride, dinanzi al mare il corpo si rilassa, dinanzi al mare la psiche respira, dinanzi al mare siamo più felici.




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giovedì 9 maggio 2019

Come ritrovare il proprio equilibrio


La Dottoressa Mazzolari e la Dottoressa Pascolo, il giorno 22 Maggio 2019 presso la sede di Medicina e Nutrizione, via Falcone, 13 – angolo Conad, Lacchiarella(MI), presenteranno gli incontri del mercoledì, un percorso per ritrovare il proprio equilibrio. 

Gli incontri sono un momento pensato per imparare a conoscere meglio sé stessi e il mondo intorno a sé, attraverso l’insegnamento di tecniche volte a promuovere o comunque ristabilire il proprio benessere interiore. 

Nella nostra vita quotidiana siamo continuamente presi da impegni che turbano il nostro equilibrio fisico e mentale, dando spazio a disagi, difficoltà, stress, sofferenza emotiva e preoccupazioni.

La vita ci invade con innumerevoli stimoli che molto spesso facciamo fatica ad accettare e così perdiamo la capacità di scegliere, di selezionare, di ascoltare i nostri bisogni interiori, ritrovandoci in situazioni di forte disagio che si esprime ad esempio, attraverso un calo di attenzione, una riduzione della memoria, una scarsa concentrazione, un affaticamento globale, un’oscillazione dell’umore, o può trasferirsi anche a livello corporeo qualora non si riesca a comprendere le proprie emozioni. 

Lo stress è dunque un campanello d’allarme che contiene un messaggio importante, ci comunica che qualcosa che si trova dentro di noi fa fatica ad esprimersi e può trattarsi di un desiderio profondo, un bisogno di dire no o una necessità di ridurre il controllo che esercitiamo inconsapevolmente sulla nostra vita. 

Un forte stress ci impone di fermarci e guardarci dentro, di guardare più profondamente la nostra natura che ha smesso di esprimersi: non riusciamo più ad entusiasmarci, a sentire un po’ di fantasia, a vivere a pieno i sentimenti e magari anche a stare con noi stessi. 


E allora come si può fare per prevenire lo stress o uscire da una condizione stressante, quindi ritrovare un equilibrio psicofisico? 

Bisognerebbe cercare di ritrovare sé stessi, vivere pienamente la vita del corpo attraverso tecniche che invitano a capire il proprio corpo, per poi lasciarsi guidare dalle immagini interiori che la nostra mente produce. Sono proprio queste immagini interiori che ci guidano verso un nuovo equilibrio e una nuova stabilità! 

Si tratta di un percorso pensato e strutturato sulla base di anni di studi ed esperienza nell'ambito della psicologia del benessere e della psicosomatica, un percorso di salute psicofisica centrata proprio su quel legame inscindibile tra mente e corpo.

Per tutte le informazioni 

Mandare un Email a: info@medicinaenutrizione.it oppure Contattare: 0249757070 - 3397733169 



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lunedì 29 aprile 2019

Disabilità: dagli Usa all’Università Cusano, spazio alla terapia dei “mattoncini”


Nel “Centro di Ricerca e Clinica” dell’Ateneo Università Cusano ai Roma, i bambini che soffrono di Disturbi dello Spettro Autistico, ma anche di disturbi del comportamento, iperattività o ansia, vengono accompagnati in una “terapia con i Lego” basata sull’uso dei mattoncini colorati.
Ogni paziente possiede una tessera a punti con tanto di premio finale.

Grazie all’intuizione di un pool di ricercatori dell’Università Niccolò Cusano la Lego Therapy compie un importante balzo in avanti. Si inaugura, infatti, presso il Centro Clinico un “Club Lego ” destinato a bambini, tra i 6 e i 12 anni, chiamati a costruire castelli, assemblare navicelle spaziali o a dare vita ai personaggi di Star Wars. Non più da soli ma in gruppo, così da valorizzare l’aspetto sociale della terapia a base di Lego, i mattoncini colorati che fanno impazzire i bambini stimolandone curiosità e attività cognitive.

L’idea di personalizzare la Lego Therapy, metodo messo a punto nel 2004 dallo psicologo statunitense Daniel LeGoff dopo aver osservato l’interesse di due bambini autistici nell’interagire con i mattoncini presenti nella sala d’attesa, è della preside della facoltà di Psicologia dell’Unicusano Gloria Di Filippo, della neuropsichiatra infantile Caterina D’Ardia e della psicologa psicoterapeuta Nicoletta Vegni. Un team di ricercatrici che pensano che una terapia debba essere coinvolgente per i bambini e adattata ai loro interessi e alle loro capacità.

Diversi studi hanno dimostrato che l’uso dei mattoncini Lego può aiutare a sviluppare le abilità sociali di chi soffre di disturbi dello spettro autistico o di altri disturbi del comportamento, come ad esempio i disturbi di tipo ansioso depressivo, l’iperattività o problemi di regolazione del comportamento. I partecipanti alla Lego Therapy mostrano un miglioramento in alcune competenze che prevedono la presenza dell’altro: imparano a condividere un progetto comune, ad attendere il proprio turno, a seguire le regole di comportamento e a sviluppare un maggior interesse nei confronti dei coetanei. 

Ma in che cosa consiste il tocco particolare della Lego Therapy firmata Unicusano?

“Come prima cosa si formula una diagnosi clinica e, poi, si cerca di comprendere se il bambino sia incuriosito o meno dai Lego - spiega la professoressa D’Ardia – Noi riteniamo utile prima costruire un rapporto individuale con il bambino e solo in un secondo momento lo inseriamo all’interno di un piccolo gruppo”.

Ogni incontro dura un’ora e nella stanza è presente un armadio a cui il bambino può accedere durante la seduta con scatole di mattoncini e set Lego ®. Sulla parete sono appese “le regole” che ogni volta vengono lette tutti insieme: dal “se lo rompi si ripara” al “se hai bisogno di aiuto devi chiedere”, al “una volta finito si mette a posto”. Un modo per responsabilizzare e rendere partecipi i bimbi.

 La cosa interessante è che i bambini sentono di appartenere a un vero e proprio “Club Lego ”. “Abbiamo detto ai bambini che fanno parte di un circolo e che sta a loro farlo crescere e renderlo ancora più unico - afferma D’Ardia. "A ciascuno consegniamo una tessera personale con nome e cognome e questo li fa sentire parte di un gruppo. La card funziona come una tessera a punti: i punti vengono messi quando, al termine della seduta, il bambino ha partecipato e seguito le regole del Club, e alla fine, al raggiungimento di un certo traguardo, si riceve un premio. Si tratta di un riconoscimento simbolico come la possibilità di scegliere quale set Lego usare la volta successiva oppure la conquista di uno dei personaggi del gioco”.

I genitori, in contemporanea, sono seguiti con incontri regolari dalle ricercatrici e vengono supportati con colloqui e percorsi ‘ad hoc’.




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venerdì 23 febbraio 2018

UN NUOVO MASSAGGIO CHE RILASSERÀ MENTE E CORPO



L’Ayurveda è la medicina tradizionale indiana che si occupa del ripristino e del mantenimento dell’equilibrio psico-fisico del corpo, da qui deriva un particolare trattamento di manipolazione, il massaggio ayurvedico, con lo scopo di favorire una buona circolazione linfatica e sanguigna per riuscire a mantenere corpo e mente in salute. Secondo la filosofia ayurvedica esistono tre energie fondamentali che compongono tutte le cose: Vata, l’energia del vento, Pitta l’energia del fuoco e Kapha, l’energia della terra e dell’acqua. Sono dei fattori energetici che organizzano la struttura e il funzionamento del nostro organismo, e determinano il nostro modo di essere e se queste energie sono bilanciate tra di loro, stiamo bene. 

Infatti l’obbiettivo del massaggio ayurvedico è quello di riequilibrare i centri energetici dell’organismo attraverso la stimolazione manuale, producendo un senso generale di benessere in tutto l’organismo, è benefico sia per il corpo che per la mente agisce a livello psicofisico, allontanando tutti i sintomi di una vita stressante e sregolata come l’ansia, i dolori di stomaco e le tensioni muscolari a collo e schiena, la sensazione ottenuta sarà di rilassamento, benessere e sarà anche preventiva per gli stati ansiosi ed i sintomi dello stress infondendo positività e pace.

Il massaggio ayurvedico prevede il massaggio di corpo testa e viso con l’ausilio di olio massaggiato partendo dalla testa e scendendo gradualmente verso i piedi con i movimenti regolari e intensi, con particolare enfasi nelle zone del corpo più sofferenti. Del massaggio ayurvedico ne beneficiano i muscoli e i tessuti in generale, dopo il trattamento le tensioni muscolari risulteranno alleviate, a livello psicologico il rilassamento sarà tale da allentare lo stress e l’ansia e ne beneficerà anche il riposo notturno e la qualità del sonno. 

Per trarre il massimo beneficio dal massaggio ayurvedico è necessario che questo venga praticato in un ambiente calmo e tranquillo, con una temperatura adeguata a ricevere il massaggio, con le luci soffuse per favorire il rilassamento e con un sottofondo musicale che aiuta ulteriormente ad esternarsi dall’ambiente circostante durante il massaggio. 

Quindi, qual è la particolarità del massaggio ayurvedico? 

E’ stato chiesto alla dott.ssa Gabriella Mazzolari titolare di due centri medico - estetici di Lombardia e Liguria. (sito web : www.dottssamazzolari-medicinaenutrizione.it) 

“La grande particolarità di questo tipo di massaggio è la sua soggettività - spiega la dottoressa Mazzolari - Infatti prima di eseguire il massaggio bisogna sostenere un colloquio incentrato a capire le esigenze personali di ogni singolo paziente per riuscire ad utilizzare le tecniche di manipolazione in base alle proprie esigenze psico-fisiche. Gli effetti curativi del massaggio ayurvedico variano a seconda delle zone di applicazione del massaggio che possono variare ad ogni seduta.”

Il massaggio ayurvedico utilizza anche delle tecniche di manipolazione specifiche per le donne in gravidanza, con lo scopo di alleviare i fastidi frequenti nello stato interessante come i dolori articolari, la pubalgia, il mal di schiena oppure l’ansia.

Il massaggio ayurvedico specifico per le gestanti è concepito tenendo conto della condizione particolare che questo stato comporta, concentrandosi quindi sulla zona pelvica e dorsale evitando accuratamente di massaggiare l’addome se non con estrema delicatezza.

Il massaggio ayurvedico aiuta la donna in gravidanza a tenere una corretta postura, migliora il tono muscolare e stimola la circolazione sanguigna alleviando il gonfiore di mani, piedi e caviglie e a sentirsi meglio grazie alla produzione di endorfine causata dal massaggio. 

www.didilisbeth.it



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